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4 Settembre 2009

Col fallimento del referendum si e’ chiusa una fase politica. Non si vede la nuova. Pd: quale congresso? Qui non si dibatte di nulla

Autore: Marco Damilano
Fonte: l'Espresso

Professor Parisi, lei è l’unico tra i leader del Pd che ancora non si è schierato. Che giudizio da del dibattito congressuale?
«Quale dibattito? La verità è che questo è tutto tranne quello che dovrebbe essere un congresso, una scelta collettiva presa dopo un contradditorio aperto tra diverse idee di futuro. L’unico momento previsto per un confronto è il fugace passaggio nei circoli. Nella convenzione nazionale interna prima si proclamerà  il risultato, e poi si aprirà il dibattito. Le primarie del 25 ottobre saranno poi un voto senza discussione. Di fatto il dibattito è stato interamente affidato alla rappresentazione dei media. Non vedo luoghi dove, prima del voto, possano essere avanzate proposte e obiezioni, nè formulate controproposte. Dopo tanto parlare di partito forte e di partito leggero gli iscritti restano solo elettori che votano una volta in più. E dire che per i più questo sarebbe dovuto essere il vero congresso fondativo, dopo le primarie per Veltroni che tutti riconoscono oggi come un rito o una festa».

Per molti è un dibattito autoreferenziale. Per  lei?
«Rispetto ai problemi che abbiamo di fronte il ritardo è certo cresciuto troppo. Prima siamo riusciti a non discutere del partito che stavamo fondando e poi a non discutere dei risultati della fondazione di quel partito. Se non riconosciamo finalmente che quella che abbiamo perso non è una battaglia ma una guerra non parliamo di nulla. Come potremmo mai riprendere il cammino se non disponiamo di una qualche definizione comune sul punto di partenza? Col Pd pensavamo di aver già dato una risposta compiuta e definitiva alla domanda di bipolarismo, e al suo interno di una alternativa di governo, e invece eccoci qua a chiederci se assieme al rifiuto della nostra risposta non sia stata messa in discussione anche la domanda. Pretendevamo di farci passare per un partito nuovo, non solo rispetto ai partiti trapassati ma allo stesso Ulivo, e attrarre a partire di questa novità  consensi nuovi. Come non chiederci: dove abbiamo sbagliato?».
 
Bersani, in realtà , indica la ricetta opposta: il Pd di Veltroni è andato in crisi per eccesso di nuovo. “Invece di un paziente lavoro di radicamento  si è scelta la scorciatoia del nuovismo politico», si legge nella mozione dell’ex ministro.
«Ma il nuovismo non è la novità . E’ la fuga nel virtuale per sfuggire al reale. Messa così  il congresso rischia di essere uno scontro tra l’ iper – realismo di alcuni e il volontarismo, o, meglio, il velleitarismo di altri. Tra proposte che prendono a riferimento solo gli ultimi quattro mesi e altre che addirittura saltando tutto il Novecento tornano indietro di 150 anni, direttamente al Quarto Stato del socialismo nascente. E’ col nostro passato recente che dobbiamo invece fare i conti, riconoscere la fine del ciclo cominciato nel 1989».

Il ciclo cominciato con la caduta del muro di Berlino?
«Certo, ma la vicenda va indietro nel tempo. E’ venuto il momento di fare il bilancio per una generazione. Penso alla generazione politica nata tra il 1946 e il 1965, i baby boomers, la stessa che raccolse la volontà  e l’ ottimismo della guerra finita e la portò nella stagione dei movimenti. Dopo i drammatici anni 70, e i contradditori anni 80, gli anni successivi all’89 sembravano un approdo ad una maturità  coerente con l’entusiasmo della giovinezza: finalmente gli anni della partecipazione politica attraverso le istituzioni. Questa è stata la scommessa degli ultimi venti anni. Venti anni caratterizzati dallo squilibrio tra la domanda di partecipazione dei dilettanti della politica e l’ offerta che arrivava dai professionisti dei partiti».

Venti anni dominati dalla figura di Silvio Berlusconi, anche.
«Ricorda il libro verde dell’Ulivo del 1995? C’era di tutto tranne Berlusconi. Nelle tesi dell’Ulivo c’era un progetto per il Paese, l’idea di una democrazia per il governo e non solo per la rappresentanza, la democrazia governante che offre ai cittadini la possibilità  di contare nelle scelte che contano. Non fu certo la paura di Berlusconi la nostra prima ispirazione, ma le speranze della nostra giovinezza».

Questa idea è stata spazzata via il giorno che è caduto Prodi?
«No, questa prospettiva è stata gravemente e forse definitivamente sconfitta il giorno dell’ultimo referendum sulla legge elettorale. Nato dopo i referendum degli anni Novanta che avevano aperto la strada al bipolarismo in Italia l’Ulivo si è interrotto con un altro referendum».

Eppure tutti i candidati, Bersani, Franceschini e Marino, citano l’Ulivo nelle loro mozioni.
«Un omaggio di rito, una citazione tra tante nella ricostruzione di un’ identità , una risposta simbolica per paura di domande reali. E poi ci si meraviglia se in questo vuoto di idee sul futuro, in questo rifiuto di bilanci passati si finisce per affidare le nostre scelte alle diverse caratteristiche delle persone e alla diversa composizione partitica delle squadre? Anche uno come me che ha passato il tempo ad auspicare scioglimenti e a contestare appartenenze e quote, provocato da una affermazione di Fassino, mi sono trovato questa estate a studiare le caratteristiche partitiche di quello che si annuncia come il nuovo gruppo dirigente di un partito che si dice nuovo».

E cosa ha concluso?
«Che purtroppo Fassino aveva ragione. Dapprima la sua intervista rilasciata all’Unità all’ inizio di agosto mi era sembrata di una enormità assoluta ma, dopo un mese, mi sembra ancora più enorme che nessuno l’abbia notata. Per argomentare che la sua mozione è la più attrezzata per garantire il carattere plurale del partito Fassino affermava infatti – gliela leggo – che nella mozione Franceschini su 20 candidati alle segreterie regionali 16 si sono formati dentro l’ esperienza dei Ds, a dimostrazione del contributo forte che giunge anche da questa cultura. Sono andato a riguardarmi le biografie dei sessanta candidati alle segreterie regionali del Pd. Tutte persone di qualità, in qualche caso straordinarie, ma in tutte e tre le mozioni accomunate dalla stessa provenienza. Quello che Fassino chiama il contributo forte dei Ds è assolutamente dominante. Ricorda? Quando nacque il Pd, i partiti fondatori si divisero gli incarichi secondo quote. 60 alla Quercia e 40 per cento alla Margherita. Oggi quei numeri sono cambiati. Già tra i candidati siamo a 80 a 20 per i Ds. Non mi sorprenderei se tra gli eletti finissero 90 a 10, o poco più. Come sorprendersi se poi Bersani invece di centrosinistra preferisce parlare semplicemente di sinistra, anche se questa parola ci dice nella sua accezione troppo sul passato e sempre meno sul futuro».

Il Pd è interamente in mano agli ex Ds? Si è trasformato nella Cosa 3?
«Penso ad una iniziativa formativa del Pd. Sa come l’hanno chiamata? Frattocchie 2.0. Anche se gli organizzatori ci tengono simpaticamente a sottolineare che non c’è nostalgia. E ci mancherebbe pure! Lo dico con rispetto. Non è un disegno, non è una colpa. E’ un fatto, una dinamica, l’esito inevitabile di un percorso che non si è voluto compiere. Qualcosa che non è mai avvenuto e che avrà  difficoltà  a svolgersi. Un fatto che certo non riuscirà a superare chi prima non lo ha riconosciuto. Sono dati che parlano prima di tutto contro di me, contro l’illusione degli scioglimenti e dei facili rimescolamenti La mia ipotesi è al momento sconfitta».

Chi ha vinto?
«Quello che è sicuro è che noi abbiamo perso. Ma non perchè quelli che, come D’Alema, hanno difeso le ragioni della continuità  avessero ragione. Hanno semplicenente avuto ragione su di noi. La prima a venir meno è stata la legge elettorale, poi, più per consunzione che per estinzione, la forza del progetto».

Cosa resta per definire l’identità  del Pd, allora?
«Restano le alleanze. L’Udc, Di Pietro, e man mano che si scende di livello perfino la Poli Bortone o le decine di comuni nei quali siamo alleati con la Lega: abbiamo messo la nostra identità nelle mani degli altri. Se a tenerci insieme non ci fosse Berlusconi e le storie passate rischieremmo di brutto.Ecco perchè ci aggrappiamo ad essi ogni giorno di più».

La dichiarazione di sconfitta è un’ammissione pesante per lei, l’inventore dell’Ulivo.
«Riconoscere le sconfitte è un dovere, prima morale che intellettuale. Nel 1998, di fronte alla prospettiva della caduta del primo governo Prodi, dissi che era meglio perdere che perdersi. Oggi aggiungo che l’unico modo per non perdersi è riconoscere di aver perso. Per difendere la nostra idea è meglio dire che abbiamo perso piuttosto che fare finta di avere vinto. Ma è un sentimento che fa da sfondo a tutta la vicenda politica del paese. Nel 2011 ci troveremo a ragionare dell’anniversario dell’unità  d’Italia. La tensione degli eroi risorgimentali se non è andata da un pezzo, sostituita da œ facciamo una ragione, gli italiani sono quelli che sono.  C’è un clima di resa, la resa come Repubblica e la resa del Pd si alimentano reciprocamente. L’unico criterio sembra rimasto la conquista del potere: chi ha vinto ha ragione, chi ha perso ha torto».

La meglio gioventù ha perso, per tornare a vincere serve una nuova generazione, i famosi giovani tanto attesi, i piombini, i Civati, le Serracchiani?
« Ai giovani si può chiedere una sola cosa: il rifiuto della resa. Ma purtroppo il tema dell’età  ha fatto irruzione nel congresso come semplice richiesta di accelerazione delle carriere. Sono quarantenni ai quali la vita ha imposto di fare la parte dei ragazzi. lo dice uno che è orfano di un uomo morto a 36 anni ».

Da chi arriverà  il nuovo Pd, allora?
«Quella che ci serve non è una semplice classe di età, ma una nuova generazione politica che spera assieme perchè insieme ha sofferto. Una generazione che non può essere cercata solo tra i nostri figli, ma anche e forse innanzitutto tra i nuovi cittadini, tra le speranze dei nuovi arrivati, spesso bagnate dal sangue, dal sudore, e dal pianto. E’ con loro dovremo fare i conti».

Tempi lunghi, professor Parisi. Nel frattempo lei alle primarie del 25 ottobre per chi voterà ?
«Non sono un elettore di appartenenza come Franco Marini che sta con Franceschini pur dicendo di preferire la linea di Bersani. Non sono un elettore di scambio come Rutelli e i suoi che per decidere hanno chiesto di capire cosa gli sarebbe stato dato in cambio. Sono un elettore di opinione: la mia preferenza andrà  a chi cercherà  la vittoria nelle ragioni della sconfitta».

C’è un candidato meglio piazzato di altri nelle sue preferenze?
«Onestamente, devo dire di no. Per ora non ci siamo. E se nessuno alla fine riuscisse a dimostrare questa consapevolezza potrei decidere, semplicemente, di non votare per nessuno».