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21 Febbraio 2009

Assemblea federale del Pd: discorso di candidatura di Arturo Parisi

Autore: Arturo Parisi

Care democratiche, cari democratici, amici, fratelli, compagni,

il titolo al quale vi parlo “candidato alla Segreteria del
Partito” mi
chiamerebbe ad un discorso compiuto capace di
offrire alla comune
riflessione delle indicazioni compiute
sull’orizzonte del Partito.

Voi sapete tuttavia qual’ era la mia scelta e la mia
preferenza: ridare la
parola ai nostri elettori,
ricominciare con loro, ricominciare da loro.

Se oggi sono qua a propormi alla Segreteria del Partito é
per dar seguito
alla mia protesta che nell’interesse del
Partito mi chiedeva di resistere
che qualora la nostra
proposta, la nostra richiesta non fosse
accettata, mi
richiedeva
di resistere alla idea che una scelta cosí
importante quale quella di oggi
si riducesse ancora una
volta ad una ratifica di una decisione giá assunta.

Non vi meraviglierete dunque se l’ambizione di questo
intervento é ben
lontano da quella compiutezza che il
genere oratorio del “discorso di
candidatura” esigerebbe.

Come ho detto nel primo intervento, mi dispiace che Walter
Veltroni ci abbia
privati con la sua assenza di
confrontarci non con la sua scelta, che
comprendo e
rispetto, ma con i motivi che di quella scelta sono
all’origine,
per decidere assieme sulle conseguenze che
essa apre.

Mi dispiace, come ho detto prima, per quello che questa
assenza significa
sulla insufficienza della nostra
solidarietà sulla difficoltà di parlarci
con lealtà e allo
stesso tempo amicizia, mi dispiace per quello che
questa
assenza
comporta sulla crescita sulla vita del nostro
partito.

A proposito delle dimissioni di Walter che sono all’origine
di questa
Assemblea ho sentito affermare che esse hanno
aperto una crisi del nostro
Partito.

La mia convinzione é esattamente quella opposta. Le
dimissioni di Veltroni
sono infatti a mio parere
l’occasione per mettere alla crisi uno stop e
ripartire.

La crisi della quale dobbiamo parlare, la crisi della quale
da un anno
tardiamo a parlare, é alle nostre spalle. Di
questa crisi gli elettori ci
hanno dato ripetuti avvisi. Ma
é un anno che ci giriamo indietro come se
questi avvisi
fossero indirizzati ad altri. Le elezioni nazionali,
quelle
romane,
quelle siciliane, e su tutte le altre fino a quelle di questa settimana in
Sardegna.

E’ per questo motivo che fin dal voto dello scorso aprile,
in molti, in
troppi abbiamo chiesto di fermarci un momento a riflettere. Nonostante la
tradizione della democrazia
americana, un modello che in questi anni abbiamo
assunto e
proposto ad esempio oltre il lecito, chieda saggiamente
agli
sconfitti di lasciare il campo per consentire di
interrompere le
recriminazioni sul passato e volgere di
nuovo lo sguardo al futuro, non era
questa all’inizio la
mia convinzione.

Discutere la linea, non comportava di necessità discutere
delle persone.
Cambiare la linea non comporta di necessità
cambiare le persone. Soprattutto
quando le scelte in
discussione non sono riconducibili ad una sola persona
ma
ad un intero gruppo dirigente. Per questo motivo, mi scuserete se
ripercorro il filo della
mia personale memoria, condivisi all’inizio con
molti
l’idea che fosse della linea che dovevamo discutere e non
del
segretario. Non solo perché sentivo di dover
riconoscere l’onore di chi si
era battuto per le proprie
idee, ma anche perché assieme al disastro erano a
noi
evidenti anche l’ eredità positiva che quel disastro
ci aveva lasciato.

L’incapacità di tutti di guardare assieme alla realtà, la
necessità di
difendersi dalle reciproche accuse circa le
responsabilità dell’accaduto, ci
ha indotto invece a
saltare i fatti per mettere al riparo le persone. Poiché
le
vittorie hanno da sempre cento padri, ma le sconfitte sono
orfane, per
troppo tempo abbiamo preferito mettere tra
parentesi le sconfitte.

Dopo l’ennesima sconfitta, quella registrata nella mia
Sardegna, il
riconoscimento di Walter, interrompe questi
mesi di sorditá.
“Non ce l’ho fatta e chiedo scusa” ci ha detto nel lasciare
la Segreteria
Walter. “Volevo un partito nuovo e aperto,
ho fallito”. “Quello che speravo
si potesse realizzare era
un partito nuovo e aperto, all’interno del quale
la vita democratica fosse una ricchezza, una bellezza. Devo dire di non
avercela fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano tre milioni
di elettori.
No, caro Walter, non ce l’abbiamo fatta. Non sono qua per dire dunque “lo
avevamo detto”…”avevamo segnalato per tempo il disastro al quale andavamo
incontro”.

Sono invece qua a dirvi che il fallimento di fronte al quale ci troviamo è
il fallimento di tutti noi. Noi siamo qua per cercare il modo per uscire da
questa situazione.

E dico NOI perché voglio dire con forza che noi siamo stati, siamo e saremo
un partito.

Un partito, amici, è una realtà fondamentale in una Democrazia degna di
questo nome.

E tanto più lo è nella democrazia italiana basta su una
Costituzione che con un linguaggio eccezionalmente netto assegna al
partito politico
il compito fondamentale di strumento di partecipazione democratica dei
cittadini e, in ultima analisi, di pilastro della vita democratica.

E’ per questo motivo che noi siamo grati a Walter. Non per il tempo, tardivo
e intempestivo, dopo troppi mesi dalla sconfitta e troppo vicini a una nuova
fondamentale prova elettorale, non per il modo che continuo a ritenere
inaccettabile,
troppo diverso da quelle che sono le forme corrette che noi difendiamo e
chiediamo nelle istituzioni dove un governo lascia solo quando un governo
subentra, dopo un corretto svolgimento del passaggio.

No. Noi lo ringraziamo per il gesto forte che lo ha caricato della
responsabilitá
di dire in prima persona a dire quello che noi sentiamo al plurale “abbiamo
fallito”, ma dobbiamo continuare.

Abbiamo fallito ma dobbiamo ricominciare.
Non possiamo tornare indietro.

Per ricominciare per ritrovare la strada dobbiamo tuttavia riconoscersi in
una spiegazione del perché l’abbiamo smarrita. Riconoscerci e riconoscerlo
avanti e in mezzo agli elettori.

Oggi che abbiamo riconosciuto che il Pasquale della gag di Totó siamo
proprio noi, e abbiamo capito dove voleva andare a finire, dobbiamo
applicarci al messaggio che nei ripetuti schiaffi che gli elettori ci hanno
dato é contenuto.

E quel messaggio dice “da soli non si vince”.

Un messaggio che ha attraversato tutte le prove dell’ultimo anno. Un messaggio
che ci ha ripetuto qualche giorno fa il voto della Sardegna, in italiano e
in sardo.

“Da solo si vince ancora di meno”. Forse si governa, e talvolta in
modo che appare
eccellente. Ma anche il governo che non cerchi le radici della sua efficacia
e la stabilitá della sua durata nel piú largo consenso popolare prima o poi
in democrazia deve sottoporre la sua qualitá alla verifica della quantitá, o
affidarsi a strumenti che della democrazia sono la negazione.

Noi sappiamo come é iniziata la nostra vicenda: con la giusta considerazione
che la quantitá non basta, che la quantitá ci puó pure fare vincere ma poi
ci impedisce di governare.

Le vicende di questo anno si son tuttavia fatte carico di ricordarci anche
la veritá opposta. Che senza quantitá non si governa. Le vicende del Governo
Prodi ci ricordano che se la quantitá della maggioranza é insufficiente
impedisce certo la qualitá nel presente. Ma la sconfitta che abbiamo subito
ci ha insegnato che se la quantitá della minoranza è eccessiva rende
impossibile pensare il futuro. Banalitá. Perché questo é il problema a noi
di fronte.

La non credibilitá della nostra capacitá di essere alternativa
nel futuro ci rende non credibili nel presente.

E’ per questo che in democrazia la quantitá non é una necessitá ma un
dovere. Per questo che nessuno puó vantarsi in democrazia di avere “molti
nemici e molto onore”, ma è chiamato a non darsi tregua finché l’ultimo
amico perduto non é riportato all’ovile. Soprattutto se quell’amico è quello
che ci consente di resistere alla egemonia del nostro avversario.

E’ per questo che in democrazia la conquista della unitá piú larga é un
dovere quotidiano. L’unitá col nostro elettorato, l’unitá del nostro campo
politico, e in funzione di questi, solo in funzione di questa piú ampia unitá,
l’unitá del gruppo dirigente.

E’ anche per questo che sento come nostro dovere ristabilire il nostro
rapporto con i nostri elettori, e con la cittadinanza attiva, non attraverso
gli strumenti della propaganda, ma attraverso quel coinvolgimento
diretto e
attivo
nel processo politico.

Se vogliamo battere l’egemonia di Berlusconi e ancor piú del Berlusconismo
che sembra ora trionfante, questa è l’unica strada a noi disponibile.

Discutiamo pure sui mezzi piú adeguati. Discutiamone e ridiscutiamone
continuamente. Quello che dobbiamo assolutamente evitare é che le parole si
distanzino troppo dai fatti, siano esse quelle del discorso politico o
di quello
delle regole. Perché questo é il problema che questo passaggio ci lascia in
ereditá. Troppe sono le parole che abbiamo lanciato in aria leggere, troppe
sono le regole che abbiamo codificato con leggerezza. Impariamo dentro
il partito
a praticare quei comportamenti virtuosi che auspichiamo per la Repubblica.

Perché questo é il Partito leggero che ci deve fare piú di tutto paura:
quello della leggerezza.

Ripercorrendo i mesi scorsi, é appunto in questa leggerezza che credo vada
riconosciuto il fattore che ha reso il nostro fardello piú pesante.

Nell’andare da soli ma anche accompagnati. Nella fine delle alleanze
rissose, ma anche nell’inizio di un partito diviso e incapace di prendere
decisioni comuni. Nella denuncia del pericolo che Berlusconi costituisce per
la democrazia ma anche nella ripetuta condivisione di scelte e interessi.
Siamo tutti convinti che é bene che il tempo delle ideololgie concluse sia
alle nostre spalle. Ma non é male imparare a difenderci da una politica
fondata sugli umori dei sondaggi.

Un pensiero forte non é più nella nostra disponibilità. Ma senza un pensiero
serio non possiamo sopravvivere.

E’ con questo atteggiamento di serietá e di sobrietá che dobbiamo
riconsiderare la linea che ci ha portato a questo disastro.

Forse le distanze tra noi non sono cosí forti. Sicuramente ognuno di noi
possiede una parte importante di veritá.

Pur accomunati in prevalenza, e ripeto in prevalenza, dalla prospettiva di
una democrazia governante guidata dalla idea di restituire finalmente ai
cittadini lo scettro che la necessità storica, la cultura e la struttura
della delega gli aveva sottratto, ci siamo volta a volta divisi tra chi in
ogni passaggio voleva consolidare l’avanzamento conseguito talvolta alleato
con chi voleva tornare indietro, e chi voleva andare avanti. Ognuno con le
sue ragioni. Ognuno con i suoi torti.

Io credo che sia giunto il momento di valutare il passaggio che le
dimissioni di Veltroni ci aiutano a lasciarci alle spalle, e in particolare
riconoscere quelli che sono a mio parere i due principali limiti.

1. Avevamo pensato di partire e invece era un cammino che continuava.
2. Ci siamo illusi di essere arrivati e invece eravamo e siamo ancora
lontani dalla meta.

L’abbandono della funzione di timone, ancora, avanguardia. L’illusione che
fossimo o stessimo per diventare da soli il tutto.

Queste sono almeno le principali differenze tra Veltroni e quanti si
riconoscono in qualche modo nella permanenza della stagione Ulivista. La
pretesa della discontinuitá col passato. L’illusione che l’approdo
bipartitico fosse stato ormai raggiunto, o, fosse conseguibile con la forza
della leadership, e con l’aiuto delle regole. Un peccato di presunzione, un
peccato di impazienza.

Su questo credo che dovremmo andare ad un chiarimento definitivo o almeno
solido, tra di noi e con le forze che a noi si possono unire. Su questo
tutti debbono pronunciarsi e tutti assieme dobbiamo decidere. Su questo deve
pronunciarsi Franceschini che con Veltroni ha condiviso la responsabilità
del passaggio che Veltroni ha dichiarato fallito.

Non possiamo ripetere troppe volte l’errore di lavorare di mattina contro i
nostri alleati, e la sera cercare di costruire con loro una alleanza di
governo.

Non potevamo permettercelo nella scorso aprile a Roma. Non possiamo ripetere
l’errore nella stagione che ci attende che vede compresenti elezioni
divisive come le europee, ed elezioni che come quelle per il governo locale
ci chiamano all’unità.

In passato per rappresentare l’ispirazione ulivista scendemmo piú volte in
campo guidati dal motto “uniti per unire”. La stagione aperta dalla
sciagurata separazione consensuale con Bertinotti ha aperto una reazione a
catena guidata dalla regola opposta. Divisi ci dividiamo. E già ne abbiamo
una anticipazione tra chi fa delle frequentazioni con l’Udc la sua cifra
distintiva e chi
invece su interlocutori alternativi.

La crisi del Paese si aggrava ogni giorno di più, in un mondo ogni giorno
più in crisi, e la necessità di forze politiche capaci non soltanto di
cavalcare come mosche cocchiere lo spavento e la preoccupazione della gente
ma di sentire la responsabilità di dare una indicazione, un senso di marcia,
una guida, una speranza, una luce in fondo al tunnel, cresce in modo
impressionante.

Noi, l’umanità, attraversa le più gravi difficoltà economiche dell’ultimo
mezzo secolo. I danni della crisi finanziaria si computano usando l’insolita
unità di misura dei *trillions*.

Ma, quel che è ben più importante, negli
Stati Uniti d’America i posti di lavoro perduti si contano con l’unità di
misura dei milioni. Molti nostri fratelli europei dell’Est affrontano
il rischio
di essere ricacciati verso quella miseria dalla quale erano appena usciti.
Un intero continente, l’Africa, vede richiudersi quello spiraglio di
speranza che sembrava finalmente essere aperto dalla crescita
economica globale.
La crisi che da qualche parte costringe a rinunciare al superfluo, altrove
fa mancare il necessario. Nel mondo intero si riaffaccia il protezionismo;
che di per sé produce danni quando investe le merci; ma che sempre nella
storia dell’umanità si è accompagnato a una minaccia alla libera
circolazione delle persone e delle idee.

Chi si illudeva che l’Italia fosse meno soggetta alla crisi si sbagliava. E
come avrebbe potuto essere altrimenti? Le nostre difficoltà strutturali sono
tutte lì, a partire da un livello del debito pubblico eccezionalmente
elevato; da una pubblica amministrazione pletorica e inefficiente; da
un capitale
fisso sociale – strade, ferrovie, porti, reti telematiche – drasticamente
scarso. E’ da quasi vent’anni che cresciamo meno del resto d’Europa.

Lo
scorso anno questa differenza a nostro sfavore, che era di circa un punto
percentuale all’anno, si è allargata a un punto e mezzo. Le previsioni per
l’anno in corso sono ovunque negative; ma da noi pessime. Le aree, i
distretti, i settori, le imprese votate all’esportazione soffrono la
contrazione del commercio internazionale; la nostra possibilità di
sostenerle attraverso la spesa pubblica è fortemente limitata dal livello
del debito. Le persone minacciate dalla perdita del lavoro soffrono
una capacità
di sostegno, intervento, aiuto del settore pubblico gravemente deficitaria.
Il nostro Mezzogiorno vede la propria distanza dal resto d’Italia e
d’Europa, in termini di reddito e di qualità della vita, accrescersi come
non mai.

Noi che ci occupiamo di politica e ci appassioniamo alla politica tendiamo a
sopravvalutare sistematicamente il ruolo della politica nella vita delle
persone. Troppo presi da noi stessi dalle pagine e dai “talk shows” che i
media dedicano alla “querelle” politica del giorno, dimentichiamo che non è
dalla politica che la maggior parte dei cittadini si attende la maggior
parte delle risposte alle proprie esigenze materiali, spirituali, sociali.

Ma nel corso della crisi, tutto ciò è diverso. La crisi investe sempre la
fiducia nel futuro; e la fiducia è un bene pubblico nella cui produzione la
politica ha un ruolo insostituibile. Nella crisi aumenta tumultuosamente il
numero di persone, di famiglie che vedono pregiudicate le proprie condizioni
materiali di vita; diventa per loro decisiva la capacità della politica di
approntare strumenti di salvaguardia efficaci.

Nella crisi divengono
evidenti le regole necessarie che mancavano, le regole sbagliate che
hanno prodotto
danni, le regole che non sono state cambiate per tempo; a chi se non alla
politica rivolgersi per produrre nuove regole, abolire quelle rivelatesi
dannose, cambiare quelle sbagliate?

E’ nella crisi che la responsabilità di chi fa politica si fa pesante fino
all’insostenibilità. Su questo noi – noi donne e uomini del Partito
Democratico – siamo oggi chiamati a interrogarci. Direi prima ancora di
interrogarci sulle sconfitte elettorali – pur gravi e dolorose – succedutesi
negli ultimi 10 mesi che ci hanno segnalato che in noi qualcosa non va.

Dobbiamo chiederci se, in questa grave crisi di fiducia che investe
l’economia, le istituzioni della politica e della finanza, almeno alcuni
cittadini, alcuni lavoratori precari, qualche giovane, qualche impresa ha
visto in noi la possibilità di una maggiore fiducia nel futuro, una speranza
perché le proprie condizioni potessero migliorare.

Purtroppo dobbiamo convenire che così non è stato; così non è. Questo nostro
Partito Democratico, nato per segnare la speranza e la fiducia nel futuro,
che tanta speranza e tanta fiducia aveva suscitato nel suo nascere, è fin qui
venuto meno alle promesse.
E’ difficile ammetterlo. Ma ciascuno interroghi se stesso, pensi alle
persone che gli sono vicine in famiglia, nel mondo del lavoro, nello studio,
nella vita sociale. Tante volte è capitato a ciascuno di noi di
registrare l’insoddisfazione
verso la maggioranza che governa il Paese. Ma questo non può affatto esserci
di conforto. Perché in questi mesi temo che a nessuno di noi sia capitato di
avvertire nei nostri interlocutori una rassicurante speranza nell’operato
del principale partito d’opposizione, nella sua possibilità di divenire
domani maggioranza e di segnare una nuova stagione della politica, capace di
generare un rinnovato entusiasmo e una rinata fiducia.

Mentre discutevamo di partito leggero o di partito pesante, non riuscivamo
ad essere partito. Mentre denunciavamo la concezione oligarchica e populista
della democrazia propria del leader – e dico leader non a caso – dello
schieramento
a noi avverso, negavamo al nostro interno ogni pratica democratica,
svuotando di ogni potere questa assemblea. Mentre scimmiottavamo Obama,
dimenticavamo che il suo successo non era figlio di pratiche consociative e
cooptative come quelle che noi ponevamo in essere, bensì della più limpida e
aperta competizione democratica. Obama non chiese prima di candidarsi alle
primarie che Hilary Clinton si facesse da parte. Ma la sfidò, e con la sfida
ricostruì fiducia e speranza.

Questo è il fallimento principale: aver deluso le speranze quando di
speranza la nostra comunità nazionale aveva particolarmente bisogno; non
aver meritato fiducia, quando la fiducia è divenuto il bene pubblico più
scarso e prezioso; non aver praticato la democrazia, quando – come sempre
durante le crisi – le istituzioni e le regole della democrazia entravano in
tensione.
Il problema non è più – ad esempio – scegliere fra la CISL e la CGIL, come
qualcuno ci vorrebbe spingere a fare. Ciascuna organizzazione dei lavoratori
tuteli, nella sua
autonomia, come meglio ritiene gli interessi dei
propri rappresentati.
A noi il compito di far sì che il mondo del lavoro nel suo assieme, dei
lavoratori sindacalizzati e no, dei dipendenti e degli autonomi, degli
stabili e dei precari, delle donne e degli uomini, dei giovani e degli
anziani, abbia un peso nelle scelte della politica economica. La strada è
quella segnata, ribadita anche di recente, da Carlo Azeglio Ciampi che,
prima ancora di essere il Presidente di tutti gli italiani, da Ministro del
Tesoro dell’Ulivo seppe essere Ministro del Tesoro di tutti gli italiani, a
partire dai lavoratori italiani.

La strada é quella che ci indica Romano
Prodi, tornato maestro dei processi sociali ed economici forte della sua
esperienza del mondo.

Ancora: il problema non è continuare ad oscillare fra un liberismo infantile
– Tremonti direbbe mercatismo – da neofiti da un lato, e un
vetero-statalismo
pseudo-keynesiano da “citator dei citator citando”.

Dimenticando quel che i liberali ben sanno: il mercato non esiste senza
buone regole; il liberale Beveridge – nelle circostanze presenti più utile
di Keynes – ci ha insegnato come occorra tutelare i cittadini contro i
rischi della malattia, della vecchiaia, della disoccupazione, soprattutto nei
periodi di crisi.

L’Ulivo aveva il suo piccolo “piano Beveridge”: lo aveva scritto la
Commissione Onofri in quello che si rivelò essere il finale del primo
governo dell’Ulivo. Ecco un’altra cosa dell’Ulivo che purtroppo non è alle
nostre spalle, ma speriamo sia nel nostro futuro. Solo così chi ha perso il
lavoro, chi non lo ha mai trovato, chi teme di perderlo potrà guardare
a noi con
un po’ di speranza; altrimenti, poiché gli sarà difficile trovare speranza
in questo centrodestra, finirà per ingrassare le fila della disperazione,
del disincanto, della paura. E la democrazia non conosce peggior nemico della
paura.

Come è nel nostro futuro, non alle nostre spalle, la costruzione dell’Ulivo
sul terreno dei temi cosiddetti “eticamente sensibili”. Abbiamo tutti colto,
e soprattutto la hanno colta gli italiani fuori da qui, la totale
inadeguatezza del Partito Democratico di fronte ai temi sollevati dalla
dolorosa vicenda di Eluana Englaro. Come assediati in un fortino, affidavamo
ai “laici” in quanto laici la difesa del fronte sinistro, ai
“cattolici” in quanto
cattolici la difesa del fronte destro. La nega zione dell’Ulivo. E
l’impossibilità per gli italiani di comprendere di quali valori, di quali
principi, di quali regole si facesse propugnatore il nostro partito. Potrei
continuare. Ma ora è solo utile rimarcare come questo sia un momento in cui
ciascuno di noi è chiamato a interrogarsi su come riprendere la strada
bruscamente interrotta.

La responsabilità pesa individualmente sulle scelte
che ciascuno di noi farà. Tanto più grave questa responsabilità perché
acuita dallagrave crisi che stiamo vivendo.

Per parte mia non ritengo che – lo dico con il massimo rispetto verso le
persone – possiamo ancora affidare i nostri destini politici collettivi a
coloro che ci hanno condotto in questo pantano. A coloro che a torto o
a ragione
appaiono incapaci di sollecitare quella fiducia e quella speranza nel futuro
senza le quali non potremo uscire dalla crisi. E per questo che penso ci
voglia una nuova partenza.

Se guardiamo al nostro passato, se proviamo a leggere nel nostro futuro, ci
accorgiamo che questa nuova partenza potrà avvenire solo sotto il segno
dell’Ulivo.