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23 Settembre 2009

Afghanistan: Parisi, correggere errori ma guai a ritirarci. E’ il fine che guida l’operazione e non può essere scaricato sui militari

Autore: Mauro Manzin
Fonte: Il Piccolo

Prof. Parisi il ministro degli Esteri Franco Frattini ha annunciato che chiederà all’Onu una svolta nella politica in Afghanistan, sostenendo che la missione deve puntare ad offrire aiuti concreti (leggi ospedali e strade) per conquistare il cuore degli afgani. E’ d’accordo?
E come si potrebbe essere in disaccordo? Per il momento mi accontenterei tuttavia che la presenza della comunita’ internazionale non fosse associata anche alla morte, alla corruzione e alla illegalita’. Se e’ infatti indiscutibile che negli otto anni che ci separano dalla caduta del regime talebano la societa’ e l’economia afghana sono cresciute come forse mai in precedenza, il bilancio deve registrare troppi dati col segno negativo con i quali dobbiamo fare i conti. Come dimenticare che accanto al tributo di sangue delle forze internazionali di piu’ di 150 morti di media l’anno cresciuto in questi ultimi anni e annunciato come crescente per il futuro stanno quasi 2000 civili afghani morti a seguito di conflitti all’anno, certo nella grande maggioranza per mano talebana, ma anche morti in una quota troppo grande per errori riconducibili a noi che dovremmo essere il loro protettori e liberatori. Come dimenticare la corruzione che connota l’azione di troppi funzionari centrali e locali del nuovo stato afghano da noi sostenuto e protetto. Come tralasciare i troppi brogli che hanno segnato le ultime elezioni il cui risultato non e’ stato ancora proclamato. Tutti errori giustamente denunciati dal generale McCrystal, ma tuttavia lontani dall’essere corretti. Se non li correggiamo rischiamo di spingere i cuori e le menti degli afghani verso i nostri avversari.
 
D’Alema, anche lui, parla di un’operazione in Afghanistan deve essere “corretta”. Secondo lei in quali termini?
I mezzi contano, le risorse e gli uomini ancora di piu’. Ma quello che decide e’ il fine che guida la missione. Un tema che non possiamo scaricare sulle spalle dei militari. E’ su questo che deve concentrarsi la nostra attenzione. Se il fine e’ distruggere e decapitare la rete terrorista piu’ che moltiplicare le quantita’ bisogna rafforzare la qualita’. Altra cosa invece è se il fine fosse quello di riempire il vuoto afghano di crescita sociale e di legalita’ per ridurre il rischio che torni ad essere stabilmente rifugio e generatore di azioni terroriste. Bisogna decidere se il fine della missione perseguita da Isaf sotto guida Nato e’ al servizio della missione perseguita da Enduring Freedom sotto comando americano, o viceversa. E bisogna anche decidere se le missioni militari debbono costituire la condizione necessaria ma non sufficiente di una azione piu’ complessa, o se debbono rappresentano la parte fondamentale della azione della comunita’ internazionale.

Il ministro Bossi, in occasione dei funerali dei sei parà morti in Afghanistan, ha affermato: “Li abbiamo mandati noi laggiù e sono morti”. Come valuta questa affermazione?
Ieri Bossi e’ sembrato sopreso del fatto che a Kabul si muore, una sorpresa addolorata sulla cui sincerita’ non ho motivi di dubitare. Possiamo anche arrivare a comprendere che un padre di famiglia possa dimenticare di essere Ministro e manifestare ad alta voce il desiderio di vedere tornare i ragazzi per Natale senza preoccuparsi che esso possa essere letto dagli alleati come il desiderio di abbandonare il campo e dagli avversari come l’annuncio di chi e’ tentato di arrendersi e volgere le spalle. Ma un Ministro che e’ padre di famiglia non puo’ votare a cuor leggero di affidare ai nostri soldati una missione e scoprire solo successivamente che a quei ragazzi sta chiedendo di essere disposti a morire a nome nostro. Non e’ davanti ai microfoni che il Ministro per le Riforme Istituzionali deve manifestare i suoi sentimenti paterni, ma nel momento dell’esercizio delle sue responsabilita’ istituzionali, al Governo e in Parlamento. Non si puo’ fare il papa’ in piazza e il ministro a palazzo. Troppo facile! Se Bossi e’ soprattutto un papa’ lo dimostri nel momento del voto. Se e’ un papa’ che fa il Ministro condivida la fatica di spiegarsi e spiegare, perche’ l’Italia, cioe’ a dire noi tutti assieme, può fare molte cose ma certo non puo’ abbandonare l’Afghanistan. Se Bossi e’ ministro si faccia carico delle sue responsabilita’ e chieda ai cittadini di sostenere senza incertezze chi mette la propria vita nelle mani della Repubblica, e spieghi agli adulti e ancor più ai ragazzi perche’ dobbiamo gratitudine e riconoscenza a chi accetta di morire al posto nostro.

Secondo lei è pensabile a breve predisporre una exit strategy dall’Afghanistan?
Come ogni cosa che inizia e’ evidente che anche la missione afghana deve prima o poi finire. Ma exit o qualsiasi altra formula che ad essa alluda serve solo a trasmettere l’idea che stiamo per andarcene, per andarcene da soli, per andarcene subito. L’unica cosa che non possiamo e non dobbiamo fare. Stare in Afghanistan forse assicura poco. Ma se ce ne andassimo sarebbe un disastro per noi e prima ancora per il popolo afghano. Noi in Afghanistan ci siamo. L’unica domanda che ora possiamo ora porci e come starci, non se starci.
 
Il presidente Usa Obama ha dichiarato di non voler inviare rinforzi in Afghanistan ma di elaborare “una giusta” strategia. Non le sembra che Kabul sia diventata una sorta di Hanoi per gli Stati Uniti?
Qua il pericolo lo corriamo assieme. Il fatto e’ che se definiamo la nostra azione come una semplice azione di guerra possiamo gia’ considerarla perduta. Se poi questa guerra finisce per apparire null’altro che una guerra americana e’ perduta ancora di piu’. E’ questo rischio che ci chiama a ripensare la missione, e, allo stesso tempo ci impedisce di abbandonare l’Afghanistan.