12 Febbraio 2007

Il manifesto del Partito Democratico

«Siamo ben consapevoli – si legge nell’ultimo paragrafo del documento – che dando vita al Partito democratico realizziamo un cambiamento di portata storica. Con la trasformazione dell’Ulivo in un partito superiamo definitivamente la prima lunga stagione della vita repubblicana e creiamo un soggetto destinato a segnare il profilo della politica italiana ed europea nel secolo che e appena iniziato. Abbattiamo definitivamente i muri ideologici del novecento e cominciamo a costruire ponti, tra culture politiche e settori della società italiana, tra i generi e le generazioni. Apriamo strade nuove per il futuro del nostro Paese».

Uno dei passaggi più delicati, quello relativo alla collocazione internazionale del nuovo partito, è affrontato a pagina 4. Dopo aver spiegato che «con il Partito democratico intendiamo portare a compimento un percorso iniziato da piu di dieci anni, con la feconda intuizione dell’Ulivo», si precisa: «Vogliamo anche contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale. E intendiamo concorrere a costruire nel mondo una nuova alleanza tra tutti quelli che vogliono fare della globalizzazione una opportunità per molti piuttosto che l’occasione per rafforzare il potere e la ricchezza di pochi».

La nascita del Pd dovrà avvenire «entro la fine del 2008», si legge a pagina 13 del ‘manifesto’. Un orizzonte temporale in linea con l’obiettivo, più volte annunciato, di presentare le liste del nuovo partito alle europee del 2009. «Sottoscrivendo questo manifesto ci impegniamo a lavorare con piena convinzione, determinazione e lealtà per fare, a tutti gli effetti, entro la fine del 2008, dell`Ulivo il Partito dei democratici, il nostro partito».

Il ‘manifesto’, poi, sancisce il principio ‘una testa, un voto’ per l’elezione degli «organi costituenti» del nuovo partito. «Sottoscrivendo questo manifesto, ce ne sentiamo e ne siamo già parte (del Partito democratico, ndr). Sottoscrivere questo manifesto e versare una quota minima saranno condizioni per partecipare, sulla base del principio ‘una testa un voto’, alla formazione degli organi costituenti, secondo le regole definite in modo consensuale dal coordinamento dell’Ulivo».

Le primarie diventano la regola fondativa del nuovo partito, il ‘manifesto’ lo spiega chiaramente. «Ci impegniamo a costruire un partito – è scritto – che, sin dalla sua fase fondativa, sia aperto alla partecipazione di una larga platea di cittadini, ed affidi al loro voto, diretto e segreto, la scelta della leadership. Un partito capace di parlare al paese con una voce autorevole, che proponga il suo leader alla guida del governo della nazione, un partito che affidi al metodo delle primarie la scelta delle candidature alle massime cariche di governo nelle Regioni e negli Enti locali».

Quindi, spazio al pluralismo interno, sia pure con il vincolo di una linea «coesa e coerente nelle istituzioni»: l’impegno è costruire «un partito che riconosca e rispetti il pluralismo delle posizioni che maturano al suo interno, ma che rimanga sempre capace di identificare una linea programmatica comune e di portarla avanti in maniera coesa e coerente nelle istituzioni».

I ‘saggi’ hanno affrontato anche il tema della presenza delle donne nel nuovo partito: «Il Partito democratico fa propria la norma antidiscriminatoria sulla rappresentanza minima del 40% per ciascuno dei due generi».

Si tocca poi il tema del ricambio dei vertici politici: «quando l’attività politica si svolge nelle istituzioni, deve poter godere del massimo rispetto ma deve anche essere sottoposta a stringenti forme di rendiconto, oltre che ad un periodico ricambio. Per questo nel nostro partito la partecipazione alla vita interna, l’assunzione delle candidature e degli incarichi, così come le nomine di competenza politica in enti ed istituzioni pubbliche, saranno regolate da un rigoroso codice deontologico e da norme statutarie che, ad ogni livello organizzativo e in ogni ambito istituzionale, stabiliscano un limite al rinnovo dei mandati».

Il Partito democratico difende il principio della laicità dello Stato, ma richiama anche una necessaria «cautela» sui temi etici: «Abbiamo d’altro canto ben chiari i limiti della politica, non crediamo nella onnipotenza dello Stato, difendiamo la sua laicità, abbiamo a cuore la difesa dei diritti civili e lottiamo contro tutte le discriminazioni. Secondo noi la politica e la legge devono intervenire con cautela sui temi che hanno a che fare con la scienza e la tecnica in riferimento alla vita umana, al suo inizio, alla sua fine e alla sua riproduzione».

«Si tratta di questioni – prosegue il ‘manifesto’ – che vanno acquisendo una rilevanza centrale nel dibattito pubblico, perché sollevano inediti e radicali interrogativi di natura etica, che sfidano l’intelligenza e la coscienza. Noi riteniamo che solo il dialogo tra diverse visioni religiose, etiche e culturali può portare a soluzioni normative ragionevoli e condivise, rispettose del criterio irrinunciabile della dignità della persona umana e capaci di far incontrare il valore della liberta di ricerca e di scelta col principio per cui non tutto cio che e tecnicamente possibile e moralmente lecito».

«Noi – continua il ‘manifesto’ sul tema delle questioni etiche – concepiamo la laicità non come un’ideologia antireligiosa e neppure come il luogo di una presunta e illusoria neutralità, ma come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali e dei convincimenti morali, come riconoscimento della piena cittadinanza – dunque della rilevanza nella sfera pubblica, non solo privata – delle religioni».

Per i ‘saggi’ del Pd, infatti, «le energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa, quando riconoscono il valore del pluralismo, secondo noi rappresentano infatti un elemento vitale della democrazia. E la laicità dello Stato, così come sancita dalla Costituzione, è garanzia che ogni persona sia rispettata nelle sue convinzioni più profonde e al tempo stesso si possa pienamente integrare nella comunità nazionale». Pertanto, «in questo quadro, riteniamo che i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica siano stati validamente definiti dalla Costituzione e che ogni sviluppo di quei rapporti debba muoversi nel solco fissato dalla stessa Carta costituzionale».