13 Ottobre 2000

I Democratici – Quarta riunione dell’Assemblea delle Regioni – Roma, 13-14 ottobre 2000

Argomento:

Cari amici innanzitutto un benvenuto a tutti e in particolare a quelli che vengono da più lontano, ce ne sono e vedo in particolare alcuni amici che rappresentano i Democratici all’estero. Questa è la quarta assemblea delle regioni da quando abbiamo formalizzato il nostro vivere assieme in occasione dell’assemblea di Venezia in febbraio. Come si addice a un movimento che intende essere democratico oltre che nel nome anche nelle regole che governano la sua convivenza, l’organo massimo del nostro movimento è chiamato a prendere decisioni cruciali. Cruciale fu la decisione della prima assemblea di Venezia quando definimmo le linee e le strutture di fondo della nostra azione anche ripiegandoci con una certa capacità autocritica sul cammino fatto sino a quel momento; cruciale fu la decisione che prendemmo immediatamente dopo all’assemblea di febbraio a Roma quando sciogliemmo il dubbio e la riserva sul se e come presentarci alle elezioni regionali; ancora più delicata e cruciale fu la decisione che prendemmo in maggio a Roma all’indomani del varo del governo Amato quando fummo costretti a confrontarci con una divisione dolorosa che ancora ci addolora che segnò la fase iniziale della vita del nostro movimento. Ora è giunto il momento di un bilancio sulla base di un rendiconto e soprattutto il momento delle decisioni, decisioni anche queste cruciali per il movimento e per ognuno di noi: per me e per ognuno di voi che mi ascolta. Anche per questo siamo voluti tornare in questa sede che per la verità non è la più comoda e per questo chiedo scusa ai presenti e anche ai giornalisti. I movimenti e le azioni collettive si nutrono e vivono di riti, di simboli e di memoria. Lo scegliere questa sala è per noi ricordare che qui si riuniva il coordinamento dell’Ulivo nelle prime e poche riunioni in cui l’Ulivo riuscì a darsi una struttura che riuscisse a coinvolgere contemporaneamente le diverse modalità di manifestazione e di presenza dell’Ulivo nel paese e nelle istituzioni; qui ci riunimmo per confrontare le nostre mozioni nell’immediato indomani, era poche ore dopo, quando Prodi scendeva dal Quirinale, lo ricorderete, quando si incontrò con noi che ci eravamo riuniti autonomamente per esprimere la nostra emozione, e ci diede conto e condividemmo assieme le ragioni e i sentimenti di quel momento; qua fu presentato il simbolo dell’Asinello, qua per richiamare un riferimento che è in qualche modo attuale per una parte della nostra riflessione-d iscorso ci incontrammo all’indomani dell’insediamento della segreteria Castagnetti come primo incontro tra i partiti poco più di un anno fa, nell’ottobre del ’99 per segnalare che il confronto con i Popolari che sentivamo qualificato e qualificante doveva svolgersi nella ispirazione e nella prospettiva dell’Ulivo. Un’affermazione ritualmente sottolineata in un momento in cui ancora la lezione, il messaggio, la minaccia, della proposta di Cossiga era attuale e quando ancora la categoria dell’Ulivo, l’esperienza dell’Ulivo, era ricordata per sottolinearne il superamento. Intorno a questo edificio si svolge, anche grazie alla nostra caparbietà, tutta l’azione dell’Ulivo che rinasce: non solo i Democratici, che scelsero come sede della loro nuova iniziativa piazza Santi Apostoli, ma adesso il coordinamento dell’Ulivo, la sede della campagna che inizia e gli altri organi. Questo per segnalare che mentre ripartiamo con un nuovo e per un nuovo inizio, manteniamo il senso della continuità con il lavoro del ’95 e del ’96 perché, voglio ricordarlo, in questo palazzo ebbe sede la direzione della campagna e qui si riuniva, nella prima formazione, la stessa coalizione dell’Ulivo. E quindi qui siamo tornati per evocare le radici, per ravvivare una continuità, ma anche per rinnovare la nostra unità. E all’unità voglio dedicare un passaggio per dare un senso e un quadro alla riflessione che oggi siamo chiamati a svolgere. L’unità è un valore necessario e indispensabile per ogni movimento collettivo, che altrimenti sarebbe destinato a dissolversi nell’atomismo degli individui che lo compongono. Ma questa tensione è per noi più qualificante che mai. Perché noi siamo un movimento giovane che deve alla capacità di riunirsi intorno al progetto, alla tensione, all’emozione che l’ha generato, alla sua capacità di sopravvivere non avendo le stampelle delle istituzioni e delle forme di cui dispongono i partiti e i movimenti più antichi, e ancor più, perché l’unità è la nostra missione. Noi abbiamo infatti evocato l’unità non solo per noi, non solo come segno di unità più ampia, ma come strumento di una rinnovata unità di tutta la coalizione. “Uniti per unire” fu lo slogan col quale ci presentammo alla campagna elettorale del ’99, è restato il nostro valore di riferimento per tutto il cammino successivo anche se per un certo periodo gli amici della stampa hanno amato, come è loro dovere, sottolineare le nostre divisioni. C’era un tempo che andavamo tutti i giorni sui giornali per la nuova divisione di turno che faceva capo alle stesse polarità, noi dobbiamo riconoscere che nella capacità di difendere la nostra unità risiede la nostra forza e il successo della nostra azione politica. E grazie a questa unità che noi siamo riusciti a mantenere il raccordo tra le nostre diverse storie, storie di persone che si sono incontrate, perché c’è stata una stagione che si è chiamata Ulivo. Ed è in nome della nostra unità con gli altri, contro i quali non abbiamo mai sviluppato una contrapposizione gratuita che noi siamo riusciti a riannodare quei fili che sono il presupposto del rilancio del progetto più complessivo. E’ una unità che vive oltre le legittime differenze, nella diversità dei compiti, dei ruoli, dell’alternanza dei compiti e dei ruoli che ci identificano impegnati nel governo e in Parlamento, nelle istituzioni e nel movimento. Noi sappiamo che la nostra unità non è in causa ed è anzi proprio questa che ci ha consentito di attraversare quelle scelte che ho ricordato come cruciali: la capacità di superare le nostre divisioni, tutti sanno che la nostra iniziativa è il risultato dell’apporto di una serie di movimenti di cui noi oggi possiamo dire non riconosciamo più neppure i confini, neppure nella memoria. E’ quello che ha sostenuto la nostra decisione di entrare nel governo nel superare quella che era la tentazione movimentista che era iscritta o che poteva essere iscritta come patologia e tentazione nel nostro Dna di sostenere un governo come il governo Amato che evocava, noi sappiamo ingiustamente, ma era associato anche nell’emozione del personale di chi lo guidava a una stagione rispetto alla quale noi avevamo segnato la nostra identità in contrapposizione, questa unità ci ha consentito di superare il momento di scoramento successivo alla sconfitta referendaria e riprendere la barra del bipolarismo attraverso una rinnovata iniziativa di riforma delle istituzioni per le quali ci siamo impegnati come movimento e nelle istituzioni stesse. Ho qui di fronte Tonino Maccanico che grazie alla nostra unità, anche se non in nome della nostra unità si spende nel governo per la prosecuzione e per la difesa della concezione della democrazia della quale noi siamo portatori. Ed è grazie alla nostra unità che noi abbiamo portato avanti il rilancio dell’Ulivo. Questo è un messaggio che io voglio rinnovare e che tutti dobbiamo rinnovare all’esterno. Oggi le speranze di chi lavora per e sulle nostre divisioni sono state riassunte dalla battuta di chi aspetta la testa del somaro. Ebbene noi vogliamo far sapere all’esterno che non si facciano illusioni: il nostro asinello è giovane e scalciante e possiamo assicurare che non si farà raggiungere dai vecchi somari. Continuerà ad andare nella direzione di sempre in compagnia anche di quelli che si erano opposti al nostro cammino. E adesso dopo questa che ho sentito come una doverosa sottolineatura, questa del ricordo delle origini e questa del dato dell’unità, è inevitabile tornare al punto di partenza, per recuperare gli obiettivi e misurare il cammino fatto anche perché visto che la nostra vita è solo di due anni non ci consente mitologie e né di cadere nelle grinfie di Franco Monaco che mi sostiene sempre con la sua ironia e che mi aiuterà col suo sorriso. Il primo in qualche modo mito dal quale è bene difendersi è un tema sul quale siamo già ritornati varie volte, è in qualche modo, consentitemi, il mito dell’Ulivo. Proprio il mito dell’Ulivo, anche se noi sappiamo e lo visitiamo come un mito, ma nel mentre lo visitiamo come un mito, dobbiamo ricordare che questo simbolo evoca una speranza e un cammino che era iniziato prima ancora che una realtà compiuta. E che la nostra, come si suol dire discesa in campo, non fu una discesa contro lo scioglimento di un soggetto costituito, ma contro la dissoluzione di una prospettiva. Questa prospettiva era appunto quella di uno stabile incontro fra forze che nel quadro di una democrazia bipolare cercavano di superare se stesse dando vita a un nuovo soggetto. Ed è appunto dalla dissoluzione di questa prospettiva che noi abbiam preso le mosse per recuperare l’equilibrio che in quel passaggio si ruppe. Comincia ad avere un titolo al passato remoto perché appunto siamo e abbiamo scelto questa riunione intenzionalmente per ricordare domani, il secondo anniversario della cosiddetta pregiudiziale antiulivista, quella in cui, ai partiti, non al movimento dell’Ulivo, ma ai partiti dell’Ulivo, fu intimato sostanzialmente di sciogliersi, come i commissari di polizia intimano ai raggruppamenti di più di tre persone, eravamo più di tre per nostra disgrazia, di sciogliersi se intendevamo continuare nella realizzazione del progetto, non per la sopravvivenza del soggetto, e noi in qualche modo fummo costretti a sciogliersi. Uso un plurale umilitatis in questo caso perché è un noi in cui mi identifico evidentemente con fatica, ma ricordando anche che i Democratici, che raccolsero e subirono quel diktat, non persero mai il senso della distinzione fra il progetto e il soggetto e anche nei momenti di massima emozione seppero che il progetto dell’Ulivo, che restava quello della modernizzazione del Paese della società e delle istituzioni, che consentisse al Paese di sedersi come si suol dire sulla scena mondiale, alla pari con i Paesi che condividono con noi le stesse responsabilità, andasse avanti. Ed è per questo che non abbiamo mai fatto mancare il nostro voto, non ci siamo mai dissociati nelle istituzioni e in particolare in parlamento, dal cammino della coalizione, anche quando non facevamo parte del governo E tuttavia la rottura di quell’equilibrio, ci impose come obiettivo centrale la ricostituzione dell’equilibrio stesso che era il presupposto di quella prospettiva. Perché sapevamo che se la vittoria del ’96, anche questa un mito che nel frattempo è stato ridefinito, era dubbia, la sconfitta del 2001 era sicura. E quindi la ricostituzione di quell’equilibrio era il presupposto fondamentale per far rivivere e per far vincere l’Ulivo. Ed è muovendo da questo obiettivo che noi sentimmo l’esigenza di ridefinire, ricostituire l’unità della coalizione e a partire da questa unità, lavorare per un suo allargamento e al suo interno e per un riequilibrio dei rapporti fra le diverse componenti. Unità, allargamento ed equilibrio questa era la sequenza che noi ritenevamo dovesse essere perseguita nella ricostituzione, nella riapertura della prospettiva che si era dissolta. Dentro questo progetto, voi sapete che la nostra preoccupazione prima, fu quella di salvare la forma della democrazia (ecco perché prima ho ricordato e mi son rico nosciuto nel lavoro che va conducendo Tonino Maccanico) che identificammo nel bipolarismo. Non perdemmo mai il senso che era il bipolarismo il punto di riferimento. Uno schema che consentisse al cittadino di ricostituirsi arbitro e capace non solo di farsi rappresentare, ma di partecipare alla scelta dei governanti e delle linee di governo assicurando un principio di riconoscimento di responsabilità in chi governa e la capacità di controllo e di proporsi come alternanza a chi è chiamato a svolgere la funzione della opposizione. Ed è in questa prospettiva che riaprimmo il discorso del soggetto perché dicemmo un progetto di questo tipo chiede un soggetto equivalente un soggetto capace di stringere con i cittadini, mi scuserete se ripeterò alcune delle formule che abbiamo usato intenzionalmente anche in forma sintetica come slogan, ma è bene che ci ripassiamo la storia per fondare sui passaggi fatti i passaggi che ci restano da fare, un soggetto capace di prendere decisioni in quanto tale e capace di dar conto delle decisioni prese all’elettorato. Ed è per questo che aprimmo immediatamente il tema della costituzione del soggetto e al suo interno del funzionamento attraverso procedure, regole, e soprattutto criteri, a cominciare dalla scelta numero uno che in una democrazia governante identifica le responsabilità di governo: la premiership. Anche se alcuni vollero vedere nella nostra sottolineatura della necessità di una scelta condivisa della premiership, e della costruzione della coalizione attraverso questa scelta intesa come momento qualificante, un segno della nostra ostilità a Massimo D’Alema, io voglio ripetere, come dicevo allora, che la nostra scelta, era una scelta di metodo. Perché ritenevamo che una scelta di quel tipo potesse essere fatta solo per la coalizione e in nome della coalizione, in nome della capacità di rappresentare la sua unità e di condurla alla vittoria. Ed è per questo, che quello che dicevamo a D’Alema, lo ripetemmo immediatamente in occasione del varo del governo Amato, ribadendo quello che avevamo condiviso con tutti gli altri partiti, con tutte le altre forze della coalizione, e cioè che il governo era chiamato a chiudere e non ad aprire una nuova stagione. E che del problema della premiership avremmo dovuto discutere, così come avevamo chiesto fino a quel momento, proprio a riprova che il nostro atteggiamento non era guidato da una ostilità nei riguardi di persone, ma di una scelta di metodo, perché appunto credevamo che la scelta dovesse essere fatta in base a quei criteri e non ai criteri di appartenenza partitica (dicevamo allora, non perché D’Alema è il rappresentante della principale forza della coalizione, non perché D’Alema è il presidente del consiglio). Ed è grazie a questa distinzione che noi condividemmo una scelta che non raccoglieva all’interno del nostro movimento i consensi che ci autorizzavano a esprimere questa preferenza. La condividemmo perché dicevamo: quello è il primo momento che abbiamo per riaffermare una regola di maggioranza all’interno della coalizione e noi ci rendiamo disponibili a questa decisione con voi. Del futuro parleremo al futuro, del presente parliamo secondo le regole del presente e le regole del presente per noi erano le regole della realtà e della solidarietà della coalizione. Ed è in nome di questa scelta che per noi è stata una scelta costosa, non possiamo dimenticare che ci è costata la principale seppur unica ferita che il nostro movimento ha dovuto registrare in questa pur breve vita, è in nome di questa scelta dicevo che noi abbiamo potuto continuare a svolgere con coerenza chiedendo dai nostri interlocutori il rispetto che meritavamo, il discorso al futuro. E perciò, lungo questo cammino di coerenza noi riaprimmo il tema della difesa del bipolarismo che il referendum sembrava aver dissolto. Dobbiamo ricordare a noi stessi, quasi si trattasse di un fatto che risale nel tempo, sono poco più di quattro mesi quando la sconfitta del sì in un referendum che avevamo sostenuto ma non cercato, sembrò chiudere tutte le prospettive, e invece la capacità di ricostituire un confronto interno alla coalizione, l’azione coerente del governo, riuscì a superare il rischio che la caduta, la sconfitta sul maggioritario si trasformasse in una sconfitta del bipolarismo. Ed è su questo fronte che ci sentiamo ancora impegnati in un solco che noi dall’inizio segnammo all’insegna del confronto e che oggi sembra perdere questo tratto costringendoci a porci il problema se e come farci carico della necessità di portare a compimento in questa legislatura una domanda di riforme che è presente nel Paese, senza trasferirla irrisolta nella legislatura che ci attende. E’ in nome di questa coerenza che riottenemmo in luglio la ricostituzione formale dell’Ulivo accompagnato dalla sottolineatura che le forze che ricomponevano l’Ulivo si sentivano impegnate insieme per l’Italia a rilanciare l’azione superando le divisioni e le incertezze di concezione e di prospettiva che sino a quel momento avevano connotato e caratterizzato alcune delle forze, e in particolare quelle che più recentemente si erano aggiunte alla coalizione. In quel momento noi dicemmo no ad ogni tentazione terzaforzista, sia nell’accezione neutralista di chi vede nel terzaforzismo una pretesa di non essere né di qui né di lì, sia nella forma velleitaria di chi vede nella scelta terzaforzista la pretesa di porsi lui solo come l’altro polo, cioè come di colui che raggiunge lui da solo il 51 per cento. Ce ne sono molti di questi esempi, sia nella forma opportunista e ancor più nella forma opportunista di chi interpreta il terzaforzismo come ora qua ora là, a Palermo là a Roma qua, o di chi come mi capita di vedere oggi in rassegna sulla stampa, racconta ai lettori di Repubblica che vuol portare via voti al Polo per sconfiggere il centrodestra e nello stesso giorno racconta ai lettori del Giornale che vuole la Caporetto del centrosinistra. Ed è grazie a questa azione coerente che noi superammo quello che, ancorché per una stagione, un passaggio breve, è stato chiamato sconfittismo: l’accettazione cioè della prospettiva della sconfitta, mentre già il faccione del cavaliere, più o meno ringiovanito, ci faceva compagnia nelle strade d’Italia, mentre alcuni rinviavano la scelta di se e come raccogliere la sfida a una data indefinita, ricordiamo dopo la finanziaria. Una data così, genericamente collocata nel lontano gennaio mentre le forze accettavano di farsi descrivere rassegnate ad accettare una candidatura e non voglio far riferimento alla più o meno fondatezza della candidatura quanto più o meno all’atteggiamento di rassegnazione per ripiegarsi sui propri interessi particolari di rielezione personale, di affermazione di componente, di primato di partito. Noi riaprimmo la prospettiva della battaglia e la possibilità della vittoria. Questo innanzitutto per il fatto che uno di noi assumendosi una responsabilità personale in coerenza con la nostra concezione della democrazia, alzò la mano, in forma anche discreta, e dichiarò con generosità di mettersi al servizio del Paese raccogliendo la sfida e accettando la responsabilità di guidare non un governo tecnico, ma di guidare una battaglia contro il centrodestra. Un democratico e un amico di cui posso anche non fare il nome, saranno i giornalisti a cercare di risolvere questo complicato enigma. Voglio solo ricordare che in questa partita noi ci siamo mossi in coerenza con la nostra concezione così come di fronte alla, attesa, candidatura di D’Alema, alla teoria della candidatura naturale di Amato, noi dicemmo che per noi il criterio era uno e uno solo. I Democratici si sono astenuti dall’indicazione di candidati in quanto candidati di partito. Noi siamo stati l’unico movimento che non ha mai messo all’ordine del giorno il problema della scelta, della indicazione di un proprio candidato per la premiership perché ritenevamo e riteniamo che il candidato, i candidati alla premiership è il candidato della coalizione, è il candidato di tutti, è incaricato di una responsabilità più alta che può essere circoscritta, definita e affidata solo da un organo che non è riconducibile alla responsabilità dei singoli partiti. Se qualcuno si è attribuito il merito di questa candidatura noi non possiamo che esserne lieti perché sentiamo riconosciuto in questa attribuzione il nostro lavoro e riconosciuti i meriti e le capacità, le potenzialità di quello che resta e che sarà chiamato ad essere nei prossimi mesi non più uno di noi, ma il primo tra noi come responsabilità politica. Questo è stato possibile, lo voglio ricordare, e non è un riconoscimento di maniera, grazie alla generosità e alla disponibilità di Giuliano Amato. Giuliano Amato aveva tutti i titoli e noi lo abbiamo riconosciuto subito, perché potesse chiedere di essere preso in considerazione dalla coalizione per guidarla alla vittoria nella campagna elettorale del 2001 e tuttavia lo stesso Amato applicandosi e condividendo con noi un’analisi e una riflessione che muoveva da dati oggettivi non da pretese di ambizione soggettiva ha indicato, a questo punto lo debbo dire, in Francesco Rutelli, il candidato che sulla sua indicazione è diventato il punto di riferimento di tutti. Noi questo lo diciamo nel momento in cui ricordiamo, per coerenza, che qualora questo riconoscimento non ci fosse stato, avremmo ritenuto di dover riproporre il problema di una scelta che cercava lungo il suo cammino quelle regole che non avevamo trovato sino a quel momento e che non osammo chiamare primarie perché sin dall’inizio dicemmo che le primarie sono solo quelle definite per legge, ma che tuttavia la scelta dovesse essere realizzata nella forma più partecipata possibile e in questa prospettiva i Democratici avevano già predisposto una proposta che la scelta e l’indicazione di Amato ha superato nei fatti. Ed ora dopo la difesa del bipolarismo e del filo di coerenza che lega le scelte fatte, un passaggio alla Margherita che sappiamo è il tema che appassiona i più. La chiamiamo Margherita perché i giornalisti hanno incontrato in questo nome, la forma più sintetica per identificare l’ipotesi e l’obiettivo, prima l’ipotesi di lavoro e poi l’obiettivo sul quale ci siamo applicati negli ultimi tempi. Credo tuttavia che questo sia un tema ancora aperto sul quale bisogna intervenire nelle forme adeguate e guidati dall’unico criterio che deve guidare questo tipo di scelte che attiene alla riconoscibilità da parte dei cittadini nel simbolo del segno del progetto. E dico questo ricordando il rapporto stretto che noi abbiamo sempre rivendicato con l’unica esperienza che nella Margherita si è riconosciuta, l’esperienza di Trento guidata da Dellai. Lo ricordo rivendicando anche questa nostra vicinanza che ci ha consentito di conoscere un’iniziativa che era presa da uno che era a noi molto vicino ma che non era tuttavia uno di noi, perché Lorenzo Dellai era un Popolare. Una vicinanza che noi intendemmo rivendicare esplicitamente alla vigilia del congresso del Partito Popolare l’anno scorso quando Dellai non era ammesso fra gli invitati e i delegati mentre noi tenevamo a Trento un seminario per ragionare attorno alle prospettive del rilancio di un’esperienza che dalla loro esperienza voleva trarre spunto ed elementi di guida. Per collocare questa scelta debbo ricordare che all’origine di essa sta la nostra determinazione a pensare alla nostra iniziativa come ad una iniziativa di unità, quindi fondata sul rifiuto di ogni tentazione di solitudine. Questo è il tratto principale che noi abbiamo voluto lasciare scritto nella nostra pretesa di uniti per unire. Questo lo dico perché nel tempo abbiamo incontrato, tra di noi, tentazioni di purismo, che ci spingevano su posizioni solitarie, che alla fine non potevano che mettere capo a tentazioni terzaforziste nel migliore dei casi velleitarie, e dall’altra perché in questa tentazione si proiettava l’illusione di gestione di una rendita elettorale che noi abbiamo sempre trascurato a favore di quello che per noi ha sempre rappresentato l’unico criterio di riferimento nella costruzione del soggetto politico che per noi costituisce il riferimento e l’obiettivo. E a questo punto debbo ricordare le parole di Prodi a Formia in coerenza alle quali abbiamo camminato e per le quali intendiamo continuare a camminare, ossia che l’obbiettivo finale resta quello di una casa unica dei riformisti. Lo dico consapevole che questa posizione non incontra, anche fra di noi, un totale consenso, ma questa resta la mia profonda convinzione. Ritengo che i partiti di massa che compongono la coalizione, e che noi abbiamo nella loro pretesa di partiti di massa ereditato dal passato, hanno veduto dissolvere le loro ragioni e pretesa esistenza per la semplice dissoluzione delle masse che ne erano il presupposto sociale. Questa è la mia convinzione profonda. Ritengo perciò che la proposta che noi rivolgemmo agli altri partiti e in prima istanza al primo che si riuniva all’indomani del varo del governo D’Alema 2 nel quale eravamo entrati in nome del rilancio dell’Ulivo, resta per noi l’obiettivo di fondo, non quello del partito unico nell’accezione che questo termine ha, ma quello del partito-coalizione che riesce a unire l’istanza dell’unita assieme al riconoscimento delle differenze però, perché messo così è un cerchiobottismo, riconoscendo nell’istanza unitaria il prius, l’elemento principale di identità e quindi identificando le differenze come subordinate al denominatore unitario. Questo non fu possibile, voi lo ricorderete, debbo ricordarlo, la risposta negativa di Veltroni a Torino, una risposta che poi misurammo nella sua consistenza, non solo nell’applauso immediato e liberatorio che incontrò il sonoro no con cui Veltroni rispose a quella che fu definita allora la mia provocazione, ma anche in una bella indagine che ha lasciato traccia in un volume che si chiama “Pci-Pds-Ds” (faccio un po’ di pubblicità a degli amici che lavoravano con me) e che dà conto delle trasformazioni di questa tradizione nel tempo, attraverso una indagine tra i delegati ai congressi. Quindi, per quanto riguarda l’ultimo passaggio, ai delegati di Torino che sancirono con un applauso il no di Veltroni. Non era un no solitario: era la prova che i Ds restano segnati da una concezione dell’identità che è legata alla categoria del partito burocratico di massa, che nella dissoluzione delle masse che ne costituiscono il presupposto, vede esaltata la sua dimensione burocratica e che riesce a confrontarsi con gli altri solo con un rapporto di apertura sì, ma finalizzato a una incorporazione, sto citando letteralmente a memoria un passaggio della ricerca a cui rinvio. Ed è a causa di questo motivo, a causa di questa orgogliosa, radicata, fondata concezione del partito che noi fummo costretti a riprendere in considerazione una ipotesi che era per noi subordinata, con la consapevolezza, e cito di nuovo Prodi, che può accadere che il percorso che ci siamo proposti sia più lungo delle nostre speranze e delle nostre necessità e quindi bisogna prendere in considerazione l’obiettivo di avviarne anche solo parziali realizzazioni. Ed è in nome di questo che noi riprendemmo in considerazione il cammino impostoci da quella risposta. E questo fu il tema dell’assemblea di Venezia. Come ricorderete all’assemblea di Venezia noi ancorché sull’orizzonte delle elezioni regionali ci riproponemmo lo stesso ordine di priorità: se possibile liste unitarie, se non possibile liste di unità riformista specificando immediatamente che unità riformista non era un altro modo di chiamare il centro, ma un incontro su un progetto di governo di forze che declinavano e condividevano la stessa concezione della democrazia. Ed è perciò che alcuni lessero in quella che per noi era un’apertura, un segno di chiusura perché noi immediatamente non potevamo dimenticare che non potevamo con le stesse forze essere uniti al mattina e divisi il pomeriggio in altre battaglie quali quelle che ci attendevano sul fronte istituzionale. E tuttavia dopo il referendum riaprimmo e mantenemmo aperta questa prospettiva. Non c’è stato giorno nel quale questa ipotesi non sia stata da noi esaminata e sottoposta a verifica. Qui i passaggi possono essere citati in modo dettagliato: dai confronti che avviammo in sede di parlamento e dalle condizioni di un passaggio che ci illudemmo in un particolare momento di condividere con i nostri partner. Questo è il documento sottoscritto dai gruppi il 18 giugno.

Noi ci proponemmo perciò di costruire un’aggregazione che condividesse con i Ds lo stesso obiettivo: la costruzione dell’Ulivo, definendo un rapporto che formulammo come di cooperazione emulativa. Quindi non la cooperazione competitiva, come avrebbe amato definirla con la sua passione per gli ossimori Moro, ma una competizione emulativa fra forze che gareggiano a chi fa meglio e che perciò anticipano nella loro stessa azione, nella loro stessa configurazione, la loro concezione del soggetto e del progetto complessivo per il quale si sentono impegnati a lavorare. Ed è in questo contesto che noi individuammo l’esistenza di due modelli di costruzione della coalizione: in una, meno lontana, più prossima a quella dell’antico modello efficace, perché burocratica è una parolaccia, ma ha anche una sua definizione neutra, del modello burocratico di massa, e l’altro viceversa che nell’immediato mi sembrò di dover definire a partire ad una immagine che resta per me felice della proposta di Occhetto della carovana: cioè una concezione che costruisce l’unità non attraverso incorporazioni di carattere gerarchico fondata sulla divisione dei compiti, ma che costruisse l’unità a partire dal riconoscimento esplicito della diversità. Questo era il modello per quale ci sentivamo impegnati. E tuttavia una carovana che si muoveva verso lo stesso obiettivo e che quindi non poteva accettare di condividere un’alleanza nella quale una forza si proponesse come il tutto e le altre chiamate solo a sottolineare ora un aspetto ora un altro della totalità di cui la forza dominante si proponeva come la realizzazione. Una concezione che naturalmente aveva dei riferimenti sociali sui quali la nostra analisi deve tornare, a maggior ragione nel momento in cui intraprendiamo questo nuovo cammino, perché non possiamo dimenticare che il partito burocratico di massa ancorché in una situazione che vede dissolversi le masse che ne sono il presupposto sociale, ha un riferimento sociale inevitabilmente costruito su una società che in parte è superata, ma non del tutto superata. Evidente che la condizione operaia e in questo caso è la sua forma organizzata nel sindacato è il referente principale di questo tipo di realtà mentre noi sapevamo che avremmo dovuto cercare un nuovo soggetto che nasceva dalle trasformazioni sociali del nostro paese, un soggetto che intercettava, interpretava il nuovo cammino che attraversa il Paese a somiglianza di quello che il Paese registrò negli anni Cinquanta con le trasmigrazioni dal sud al nord, dalla campagna alla città, dal lavoro autonomo al lavoro dipendente, un cammino che grazie alla carica riformista dei governi, anche ai governi centristi dei quel tempo, non solo i governi di centrosinistra nel quale noi ci riconosciamo maggiormente, diventò un cammino della speranza perché appunto riuscì a coniugare la interpretazione delle ansie di queste masse in movimento assieme alla necessità di dare a questo cammino una prospettiva positiva, una prospettiva progressiva. Noi oggi ci troviamo coinvolti in un cammino uguale che vede larghe masse spostarsi dall’ambito del lavoro dipendente al lavoro autonomo, dall’ambito dell’intervento e dalla presenza dello Stato al mercato, dalla vecchia organizzazione dell’economia alla nuova organizzazione dell’economia. E non uso al formula inglese di new economy perché potrebbe essere interpretata appunto in modo riduttivo. E’ a questo referente sociale che noi siamo chiamati a dare risposta con una forma organizzativa che ne interpreta i diversi dinamismi e capacità di stare sulla scena e quindi chiede anche forme diverse della organizzazione della politica che fanno capo al riconoscimento di quel processo di individualizzazione della società. Dell’esaltazione cioè del ruolo dell’individuo che è la conseguenza appunto della disgregazione delle masse. Ed è perciò, perché guidati da questa concezione che ci imponeva di cercare e realizzare un grande progetto, comparabile e convergente con il progetto e il cammino di cambiamento, perché questo va ricordato, intrapreso all’interno e nel solco della tradizione dei Ds che noi ritenemmo di non accettare la proposta che in luglio, ancora il 27 luglio, ci veniva da quelli che si proponevano i partiti cattolici per una piccola aggregazione nella qualità prima ancora che nella quantità. La nostra risposta negativa fu sintetizzata nell’immagine: il Paese, il centro sinistra non ha bisogno di un nuovo Ccd-Cdu, ma ha bisogno di raccogliere la sfida che ci viene come lezione dalla esperienza di Forza Italia che è riuscita a costruire il futuro movendo dal passato, rimescolando delle storie e riannodando dei fili che si erano spezzati nel passaggio traumatico dell’inizio degli anni Novanta. Ed è per questo motivo che, viceversa, assumemmo a riferimento della nostra azione la diversa esperienza che noi stessi avevamo promosso e che trovò una forma espressiva nell’incontro del 18 giugno nel quale appunto le stesse forze assieme ai socialisti democratici si ritrovarono a ragionare su un progetto non sulle provenienze, sulle identità, sulle categorie, ma attorno a un progetto. Ed è per questo motivo che pur sapendo quello che intendevamo fare preferimmo sottolineare quello che non era il caso di cercare: il rifiuto di una aggregazione che non aveva come prospettiva la coalizione, ma era autoreferente, questo discorso iniziò prima ancora del rilancio dell’Ulivo-Insieme per l’Italia, un discorso che amava sottolineare dei tratti di identità ereditati dal passato e definiti in termini confessionali e dando l’impressione in alcuni casi che si trattasse di un’operazione strumentale fatta solamente al fine di perimetrare i territori del ceto politico così come gli animali fanno con l’urina, piuttosto che rinnovare e celebrare i valori che venivano evocati. Ed è stato il rifiuto di un’iniziativa segnata sul passato che ci spinse a proporre un confronto che muovendo dai soggetti cercasse una iniziativa che enfatizzasse la sua qualità nel progetto. Una iniziativa che non accettava di definirsi, non solo per quello che riguardava il passato, ma neppure per quanto riguardava l’occasionale antagonista, Berlusconi, con l’idea che una volta venuto meno questo si sarebbe potuti tornare alla regola antica. E ancor meno il riferimento a famiglie politiche europee o mondiali che noi ritenevamo sin dal primo esordio limitative della nostra esperienza e quindi superate e da superare. Questo lo dico mentre anticipo che domani noi esamineremo l’adesione all’Eldr che da seguito alla nostra appartenenza e iscrizione nel gruppo parlamentare europeo spiegando che la nostra adesione è segnata dal senso della provvisorietà e quindi guidata dalla tensione a superare le attuali configurazioni in una ricerca trasversale della costruzione di nuove forme di democrazia governante a livello europeo, quello che in un momento accettammo che fosse chiamato con una qualche ingenuità l’Ulivo mondiale o il partito Democreatico europeo. Questo sapevamo, che dovessero essere superate ogni tentazione monoculturale, una concezione che riducesse l’iniziativa a una somma di partiti, una aggregazione che non avesse alle sue spalle una chiara accettazione di quelli che furono i tre elementi che avevamo indicato sin dal nostro esordio come elementi qualificanti a cominciare dalla accettazione delle democrazia bipolare e della stabile collocazione in uno e uno solo dei due poli. Noi oggi ci rendiamo conto di quanto cammino abbiamo fatto in solo mese, ancora il 27 luglio alcuni amici pensarono di essere rimasti isolati da una iniziativa che è scesa in campo addirittura con un nome già definito, “Una scelta per l’Italia”, e altri amici, meno amici, pensarono di averci isolato: La nostra ostinazione ha avuto al meglio perché ci ha consentito grazie anche a l’azione svolta da alcuni di noi che hanno operato all’interno delle esperienze che in questo solco si erano sviluppate nel nord di ridefinire il problema e di riaprire una prospettiva. Ed è di questa prospettiva che oggi noi ci troviamo a dar conto. Di questa prospettiva resta un documento che io ho il potere e il dovere di sottoporre alla vostra sanzione formale perché solo l’assemblea delle regioni può, ripercorrendo tutto il filo che è stato aperto dalla approvazione della mia relazione di Venezia e l’accettazione dell’ipotesi della unità riformista, varare e confermare le scelte che noi sottoponiamo come esecutivo a voi. Da questo punto di vista io ho il dovere di richiamare la vostra attenzione al testo del documento. Il testo del documento dà seguito sostanzialmente alla mia risposta a Lavarone, così il rendiconto diventa puntuale, nel quale rispondendo a una domanda diversa da quella che mi era stata formulata appena una settimana prima a Telese e raccogliendo l’invito di Francesco Rutelli, avevamo, come esecutivo, anticipato un nostro sì e spiegato i nostri perché, quelli che abbiamo citato prima ed altri ancora che erano tutti riconducibili al rifiuto e alla impossibilità di percorrere e continuare lungo un cammino di solitudine rinviando appunto la decisione sul se andare avanti, alla soluzione del terzo interrogativo che riguardava il come. Ed è appunto del come che tratta il documento che è stato predisposto in un incontro istruttorio, attraverso un lavoro duro del quale debbo dare un pubblico riconoscimento a chi questo confronto ha condotto che sono Franco Monaco e Rino Piscitello. Il documento che voi avete di fronte e al quale rinvio, mostra come tutti i nostri problemi siano stati esaminati, come tutte le nostre istanze siano state accolte. Innanzitutto la nostra preoccupazione che ogni aggregazione fosse segnata dalla qualità e dalla categoria dell’innovazione e quindi rifiutasse la sua riducibilità alla somma di sigle o presupposti bacini elettorali intestando questa iniziativa esplicitamente a cittadini e forze politiche, debbo richiamare puntualmente il testo, la individuazione della prospettiva del rilancio dell’Ulivo e della costruzione della sua unità, come obiettivo dell’aggregazione, un passaggio non semplice se si considera che appena una settimana prima il messaggio di Formia era stato equivocato ed era stato individuato in questa cifra della finalizzazione alla coalizione, un elemento inaccettabile e limitativo, la ricerca e la qualificazione dell’iniziativa come una semplificazione che si muove nel quadro del bipolarismo italiano, inteso non come fatto riduttivo all’italiana, ma del bipolarismo che noi andiamo costruendo in Italia che si confronta criticamente con le forme di bipolarismo che ci vengono imposte a partire da esperienze straniere. In questo stesso contesto veniva rifiutata la delimitazione dell’aggregazione delle categorie e delle aspirazioni culturali alle categorie del cattolicesimo democratico della liberaldemocrazia coinvolgendo tutta intera la tradizione laico-riformista che sintetizza in sé tutte le tradizioni che hanno partecipato al governo del Paese, al cambiamento del Paese lungo tutto il cinquantennio, attraverso una pluralità di formazioni delle quali il partito repubblicano, prima il partito d’azione poi il partito repubblicano e le varie formazioni in cui ha trovato espressione il movimento socialista si sono riconosciute. Questo stesso documento rifiuta la categoria di centrismo, come categoria incompatibile con la nostra concezione bipolare in tutte e tre le indicazioni e le accezioni che ho denunciato precedentemente, e cerca nella definizione dell’area centrale, riconosce nella necessità di una definizione topografica che rifiuta il centro, o accetta di confrontarsi con il centro come punto di tensione presso il quale in una democrazia bipolare tutte le forze sono chiamate a convergere attraverso la sfida che le chiama a costruire una proposta di governo che in quanto centro sia punto di riferimento dell’intera società. Questa è l’unica categoria di centro che noi accettiamo una categoria di centro che declina il concetto di centro con il concetto di cultura di governo. Nello stesso modo il nostro documento, il documento che noi proponiamo alla vostra sanzione identificando il movimento messo in moto da questa iniziativa come movimento aperto individua come passaggi qualificanti quello del varo di una iniziativa elettorale attraverso la promozione di una lista comune che attraverso la costituzione di un gruppo unico parlamentare sia la premessa per la costruzione di un soggetto politico che attraverso delle forme adeguate dia luogo a una stabile presenza sulla scena politica sempre nella prospettiva del suo superamento. In questo contesto il documento affronta nei limiti nei quali un documento di questo genere si può far carico le linee essenziali di una proposta di governo e di una tematizzazione in alcuni passaggi identificata a livello di valori e non a livello di soluzioni o semplicemente a livello di temi. Questo lo dico per rassicurare alcuni che fondando le proprie conoscenze sulle cronache dei giornali, hanno voluto leggere nella necessità di una riflessione seria, non strumentale, sui temi della bioetica, l’appiattimento della aggregazione su posizioni precostituite. Noi in questo caso abbiamo voluto dire che, questa intendo debba essere l’interpretazione, che nella misura in cui questa aggregazione come le altre aggregazioni che lavorano per l’Ulivo debbano farsi capaci vie, strumenti di una proposta per tutta la coalizione, ogni aggregazione, soprattutto questa che si propone di superare la distinzione laici cattolici deve accettare di confrontarsi in modo non elusivo non reticente su questi temi cercando una soluzione da proporre all’intera coalizione che rifiuti l’attuale contrapposizione nella quale siamo ricaduti dopo lo scioglimento dell’Ulivo tra partiti che hanno alzato la bandiera del laicismo come bandiera qualificante e partiti che sono regrediti sulla bandiera del confessionalismo come bandiera distintiva. Questo è il senso di questo passaggio, ma accanto a questo resta soprattutto il riconoscimento della necessità di un ripensamento di un progetto, della definizione di un progetto che si faccia capace di interpretare quel grande cambiamento che si confronta con il processo di individualizzazione e di globalizzazione che sono i processi costitutivi e che definiscono il cambiamento del nostro tempo. Il grande cambiamento lungo il quale vanno ricercate le distinzioni fra le diverse forze e le divisioni, la principale fra noi ed il centrodestra, sapendo che appunto, e lo abbiamo visto nella discussione sulla carta europea dei diritti, il continente e il mondo sono attraversati dalla tentazione dello sviluppo al di là delle illusioni sulle proposte bipartisan, noi siamo disponibili a ogni superamento dei confini sui valori fondamentali, ma noi sappiamo che il nostro mondo il nostro continente è attraversato dal rischio di contrapposizione tra due concezioni tra loro radicalmente opposte che negano e interpretano e rifiutano sia il processo di globalizzazione sia il processo di individualizzazione, che potremmo chiamare di personalizzazione per far riferimento a una categoria che è utilizzata nel documento, che rifiuta il corto circuito di tipo etnico religioso che attraversa tutta l’Europa. Un movimento e una tentazione che vede come epicentro la nota provocazione di Haider e come riscontro nel nostro Paese la risposta della lega e il sostegno di tutto il centrodestra che vede appunto il mondo chiamato a rinchiudersi nei confini angusti che sono all’origine degli scontri dei lutti e del sangue del passato, un tema che nel nostro continente rischia di portare i Balcani in Europa piuttosto che l’Europa nei Balcani e che purtroppo è a noi presente in questi giorni attraverso quello che resta il dramma primigenio, la forma principale di divisione del genere umano che a Gerusalemme e in Palestina cerca, ricerca, trova e riperde assieme al cammino dell’unità la sofferenza, la provocazione. Lo scacco della divisione. Ed è in questo contesto che collocando la nostra emozione all’interno di un quadro che rinnova una vicenda lontana a una nostra battaglia quotidiana che noi ci sentiamo impegnati come Europa e come italiani che mantengono un rapporto di prossimità con tutte e due le parti, quella israeliana e quella palestinese a confrontarsi assieme al loro dramma a quello che rischia di essere il nostro dramma, e voi sapete che non parlo di cose evocate genericamente o associate gratuitamente perché sappiamo che di fronte al tema dell’immigrazione nel nostro Paese tornano proposte che rischiano di spingerci verso corti circuiti rischiosissimi e pericolosissimi. Questo per dire del documento. Naturalmente noi sappiamo che il documento è un documento. Lo sappiamo e dobbiamo dirlo di fronte a interlocutori che guidati da una concezione concretista sono tentati di svalutare il perso delle parole. Noi sappiamo che questo documento è pensato e scritto con le categorie, con tutte le categorie e tutte le parole della nostra cultura: della cultura democratica, della cultura dei Democratici, della cultura dell’Ulivo. Perciò è un documento che noi proponiamo alla vostra attenzione, qui parlo come esecutivo, come un riferimento solido della nostra azione e come un approdo solido della nostra iniziativa. Sappiamo tuttavia, e questo lo diciamo con le parole di Spadolini, che in politica gli unici fatti che contano sono le parole, il resto è sono chiacchiere. Noi siamo gente che pesa le parole e fa pesare le parole e quindi riconosce nelle parole di questo documento un’approdo prezioso, un patrimonio da difendere. Sappiamo tuttavia che fra le parole ce ne sono alcune che sono più pesanti delle altre: sono quelli che si chiamano i nomi, quelli che appunto fanno concludere al semiologo Eco nel “Nome della rosa” nomina nuda tenemos e sappiamo, in questo caso scalando di registro, come Bertoldo, che i nomi non ce li diamo noi, ce li danno gli altri. E quindi sappiamo, non siamo ingenui, leggiamo i giornali, che oltre e al di là dei documenti ci sono la loro lettura, la loro interpretazione, la loro attuazione. Se dovessimo stare ai giornali diremmo che i documenti, ad Adinolfi per tranquillizzarlo, non hanno bisogno di essere stracciati perché sono carta straccia. Per i Democratici non sono carta straccia. Questo documento è un approdo e un punto di partenza per la nostra iniziativa. Definisce uno spazio che attende di essere riempito, ci chiama a una iniziativa che deve essere portata a compimento. Il processo che si è avviato è un work in progress che ha mosso solo i primi passi. In questo contesto, noi prendendo sul serio le parole, non possiamo che rammaricarci del fatto che non tutte le componenti dell’area laicoriformista sono presenti nell’iniziativa. Ma immediatamente abbiamo avviato un confronto con le forze che di questa ispirazione intendono rappresentare la continuità dentro il centro sinistra, ed immediatamente abbiamo preso contatto, registrando riscontri positivi. Ci dispiace che a causa delle esitazioni dei socialisti o delle divisioni dei repubblicani, questa adesione non abbia ancora ottenuto la risposta compiuta e solida per la quale lavoriamo, per cui non è stato possibile coinvolgerli in questo passo, ma noi riteniamo che il documento ci spinga, ci costringa ci consenta ad andare avanti lungo la strada da esso tracciato. Questo per quanto riguarda l’ispirazione, ma ancor più per quanto riguarda il tratto dell’innovazione. Guai se questo documento rimanesse un ennesimo accordo fra forze e sigle partitiche senza interpretare la domanda che ci viene dai cambiamenti del Paese. Ed è a questo proposito che nel mentre vi prego di considerare, valutare ed apprezzare la coerenza e la potenzialità del cammino fatto, io mi permetto di richiamare l’unità dell’impegno dei Democratici, perché questo cammino continui. Con la convinzione che questo cammino può continuare solo se noi riusciamo a ricordare il cammino fatto, e solo se noi abbiamo la convinzione che il cammino da fare, che resta molto, è in gran parte affidato alle stesse energie e agli stessi valori che ci hanno guidato finora. Grazie.