6 Gennaio 2007

Dico sì ad una convenzione solo se serve a cambiare la Carta

Autore: Marco Cianca
Fonte: Corriere della Sera

ROMA – Arturo Parisi prende e rilancia. Se Giuliano Amato propone una «convenzione» per riformare la legge elettorale, lui va più in là e dice che in una sede così ambiziosa vanno discussi temi costituzionali, a partire dalla forma di governo. E così all’«idealismo e realismo» coniugati dal socialista Amato , il democratico e cattolico ministro della Difesa aggiunge il suo «ottimismo della volontà».

«Non mi è difficile riconoscermi – ammette Parisi – nell’ispirazione che guida la proposta della convenzione. Quando nel ’96, scrivemmo il programma dell’Ulivo la scheda numero uno della quale avevo la responsabilità, la intitolammo “un patto da scrivere assieme”».

Quella scheda fu il punto d’origine della Bicamerale?
«Non la prevedeva nell’immediato ma tuttavia riconosceva la necessità che le riforme costituzionali avessero alle spalle un consenso ampio, che coinvolgesse la maggioranza e l’opposizione. Questo è stato sempre il nostro principio ispiratore. Anche quando abbiamo avanzato proposte e sollevato proteste sul modo di legiferare della controparte. Ecco perchè mi riconosco nell’ispirazione della proposta di Amato anche se meno nella sua formulazione».

Perchè?
«Se la convenzione è limitata alla legge elettorale, dovremmo dire che è uno strumento eccessivo, perchè il Parlamento è già di per sè capace di legiferare su una legge ordinaria. Sarebbe, viceversa, uno strumento pertinente se mettesse capo ad una revisione più complessiva dell’ordito costituzionale dopo i diversi tentativi andati a male».

Ma è ipotizzabile una convenzione che non affronti solo la legge elettorale?
«Certamente. Basta ricordare che quando affrontiamo i diversi modelli elettorali, una parte è comunque affidata a scelte di carattere costituzionale. Quando diciamo modello francese, diciamo certo maggioritario, con il doppio turno di collegio, ma anche sistema semipresidenziale».

Lei non pensa quindi a ritocchi. Vuole proprio entrare nel merito dei problemi.
«Troppe approssimazioni non aiutano. Pensi alla forma di governo e ai problemi lasciati irrisolti prima dalla Bicamerale e poi dalla riforma voluta a colpi di spada dal Polo e che si è infranta sul no degli italiani».

Come è possibile, in questo clima di scontro tra i due schieramenti, e con profonde divisioni all’interno degli stessi schieramenti, mettere in piedi un progetto così ambizioso? Non sembra tempi di saggi e di padri costituenti.
«Prima che possibile lo ritengo doveroso. In quale momento si cerca il confronto se non nel pieno dello scontro? D’altro canto, anche in questi mesi, non sono mancati momenti di incontro, nei quali abbiamo condiviso opinioni e decisioni:

Pensa alla politica estera?
«Al voto per il rientro dall’Irak e alla partenza per il Libano. In ambedue la convergenza è stata corale».

Ma il Polo, Berlusconi, dice: se dobbiamo fare questa discussione, via Prodi e formiamo intanto un governo di garanzia.
«Una soluzione di questo tipo interromperebbe proprio quella logica bipolare alla quale diciamo tutti di ispirarci. Significherebbe disfare con una mano quello che tessiamo con l’altra. Della scelta della democrazia governante siamo tutti padri e figli: della scelta del bipolarismo, dell’alternanza, fatta all’inizio degli anni 90. Interrompere il cammino ci danneggerebbe tutti, noi e Berlusconi. E forse lui più di noi».

E quindi avanti con il governo Prodi e in parallelo via alla convenzione?
«Non lo dico perchè sono un ministro di questo governo ma perchè metteremmo in discussione un bene comune».

Però potreste concedere all’opposizione un termine. Si fa la convenzione e una volta ultimati i lavori e approvata la legge, tutti alle urne.
«Non è il momento dei dettagli. Ma è evidente che una scelta costituzionale chiamerebbe all’applicazione delle nuove regole decise assieme. E quindi ad un calendario conseguente. Ma non chiediamo a questi giorni più di quello che possono darci. Ora siamo nella fase di una verifica di una disponibilità al confronto».

Ma ritiene tutto questo possibile?
«Non posso non vedere le enormi difficoltà ma già la manifestazione della buona volontà contribuisce a superarle, al di là di quelle che sono le occasionali reazioni. So naturalmente che per questo obiettivo le buone intenzioni talvolta non bastano. É in questo che vedo l’utilità del referendum».

In ogni caso, secondo lei, bisogna quindi andare avanti con la raccolta delle firme
«Senza dubbio».

Anche lei vuole la pistola sul tavolo.
«Sì, Amato ha usato un’immagine efficace. So per esperienza che i temi costituzionali ed elettorali sono destinati ad essere rinviati sine die e semmai affrontati nel modo sbagliato e nel tempo sbagliato, all’ultimo momento con un colpo di mano. Il referendum serve ad indurre il Parlamento ad agire bene e tempestivamente».

Se però poi si arrivasse comunque a chiedere un si agli elettori, la parziale modifica sarebbe comunque meglio della legge attuale?
«É una soluzione obbligata con molti limiti. Ma peggio della legge attuale, che lo stesso Calderoli ha definito una porcata, è impossibile. E’ stata fatta per rendere ingovernabile il Paese».

Amato invita in ogni caso a fidarsi di Berlusconi. Lei si fida?
«La fiducia evoca dimensioni morali o religiose che preferisco tenere fuori. Inoltre Berlusconi, e questo assieme ad una critica è un riconoscimento, è capace di adattarsi a tutte le situazioni e di praticare tutte le verità, traendone sempre un vantaggio».

E allora?
«Berlusconi comunque c’è e con lui, nel momento in cui parliamo di aprire un dialogo, bisogna arrivare al confronto. Non possiamo sceglierci noi gli interlocutori».

La sinistra già agita lo spettro della Bicamerale e dell’inciucio.
«Quello che ho in mente è un confronto alla luce del sole nelle sedi pubbliche, non un negoziato notturno in case private».

Se invece prosegue lo scontro come fate ad andare avanti: Al Senato siete 157 a 157.
«Non è la paura dello scontro che consiglia un confronto, ma la necessità dell’incontro, della conclusione di un processo di transizione che non può durare ancora troppo a lungo. Il primo quesito referendario lo presentammo nel gennaio ’90, esattamente 17 anni fa».

Tutto questo si intreccia con la travagliata nascita del partito democratico. Nicola Rossi ha lasciato i Ds lamentando un deficit di battaglia riformista.
«Nicola Rossi ha semplicemente anticipato di qualche mese una scelta che i dirigenti principali del suo partito sostengono da tempo. Il suo non è un addio alla politica ma un arrivederci là dove ci siamo già dati appuntamento. Non so come abbia vissuto questa decisione, posso immaginare l’amarezza, ma è oggettivamente un segno di crescita. Se è possibile rappresentare con forza le proprie idee senza per questo rompere è anche perchè esiste l’Ulivo ed è in campo la battaglia per il partito democratico. E’ stato individuato un luogo e un tempo nel quale siamo chiamati a rincontrarci. Semmai a preoccuparmi sono alcune reazioni più improntate ad un’idea di rottura della solidarietà di partito che sento poco compatibili con l’annuncio di un nuovo partito».