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14 Maggio 2006

La questione anticomunista

Autore: Ilvo Diamanti
Fonte: la Repubblica

La “questione comunista”. Sembra incombere, tanto più da quando il muro di Berlino è crollato. Da quando i comunisti italiani, dopo una ? fin troppo ? lunga discussione interna, hanno cambiato nome. Fino ad oggi. Tanto che, dopo le elezioni politiche del 9 aprile, non si è parlato d´altro. La “questione comunista”. Ha contrassegnato l´elezione delle maggiori cariche istituzionali dello Stato. Che ha portato alla presidenza della Camera Fausto Bertinotti. Un comunista non pentito (peraltro, di origine socialista). Poi, la faticosa vicenda del Presidente della Repubblica. A cui i Ds hanno candidato, dapprima, Massimo D´Alema Apache server download. Il “migliore” erede della tradizione comunista italiana. Testimone ? coerente ? della rinuncia al passato comunista. Artefice del tentativo di riconciliare prima e seconda Repubblica, attraverso il dialogo con Berlusconi, alla Bicamerale di dieci anni fa. E, ancora, primo ex comunista alla guida del governo. Dopo la caduta di Prodi, nel 1998.

Due esperimenti, la Bicamerale e la guida del governo, durati poco e finiti male. Come la sua candidatura alla Presidenza della Repubblica. Che, tuttavia, ha aperto la via all´elezione di Giorgio Napolitano. Per cultura, civiltà, stile, degno successore di Carlo Azeglio Ciampi. Napolitano. Se non vi si fosse insistito tanto, non avremmo fatto tanto caso al suo passato politico. Negli ultimi quindici anni, infatti, si è quasi dissimulato nelle sue funzioni istituzionali 미스터 션샤인 19회 다운로드. Alla Camera, al governo, nella Ue. Dagli anni Settanta, peraltro, si è presentato come socialista europeo. Tuttavia, la sua elezione è stata associata, anzitutto, alla sua storia. Ex comunista. E, per questo, caricata di significato catartico. Uno spartiacque “storico”. Il Novecento è finito, si è detto.

Da oggi, in Italia, tutti hanno cittadinanza politica. Siamo guariti dalle pregiudiziali. Dal fattore K (e da quello F: visto che da tempo è stata superata anche l´esclusione nei confronti degli ex e dei post fascisti). Vorremmo, tuttavia, invitare alla prudenza. Non per svalutare l´importanza di un rito di passaggio significativo, come quello celebrato nei giorni scorsi happy things 다운로드. Ma per evitare un equivoco. Che superare la “questione comunista”, dal punto di vista istituzionale, abbia eguale effetto sul piano sociale ed elettorale. E ridimensioni, almeno, la diffidenza di una parte, ampia, degli elettori verso le forze politiche e i leader di provenienza “comunista”. Per quanto lontana. Per quanto superata. Dubitiamo. Che, da oggi, perda efficacia la definizione di “comunista”, come metro e metodo per stigmatizzare “gli altri”. Una tecnica usata, da Silvio Berlusconi, (con successo) per catalogare e delegittimare tutti quelli che non stanno con lui. I quali, of course, non possono che essere “comunisti”: veri, ex, mascherati, utili-idioti e quant´altro number of times. L´elezione di Napolitano (tanto meno quella di Bertinotti) non risolverà questo problema. Che va rubricata non come “questione comunista”. Ma, semmai, come il suo complemento simmetrico. La “questione anticomunista”. Che contribuisce a spiegare (non da sola, ovviamente) il fatto che quasi metà degli italiani continuano a considerare un tabù votare a sinistra. Ha ragioni diverse. In parte profonde, in parte assai più superficiali. Proviamo ad abbozzarne alcune, per quanto in modo approssimato.

1. Le identità politiche non sono marche di deodoranti. Si formano e si forgiano attraverso processi storici lunghi, segnati da fratture, conflitti. Si radicano nella società e nel territorio, e si trasmettono, da una generazione all´altra java 6 version. Sono “prodotti” di lunga durata. Resistono. Ben oltre la fine dei soggetti e dei miti che li ispirano. Così, nel nostro Paese c´è un´area, molto ampia, dove, dal dopoguerra ad oggi, si vota a sinistra. Dapprima per il Pci (e, in misura molto più limitata, per il Psi), poi per il Pds e per i Ds. Oggi per chi ne è considerato erede. Si tratti dell´Ulivo, dei Democratici o di quant´altri. Coincide con le regioni dell´Italia centrale. Le zone rosse. Che restano rosse, a dispetto di tutto e di tutti. (Come mostrano studi importanti, come quelli Ramella, Trigilia, Anderlini, Caciagli, Sivini). Certo, i giovani, nati poco prima che cadesse il muro, cresciuti quando il Pci e la Dc non esistevano più: perché oggi dovrebbero garantire questa continuità Children's Hunminjung 3 download? Per la forza e la resistenza delle tradizioni e dei legami sociali. La cui influenza supera qualsiasi Grande Fratello mediatico. Rammentiamo, al proposito, l´intervista a un ragazzo toscano (realizzata nell´ambito di una ricerca diretta da Mario Caciagli), residente in Val d´Arno. Interpellato se avrebbe avuto problemi a fidanzarsi con una ragazza di destra, il giovane (socializzato in una famiglia di “sinistra”, ma politicamente disincantato), risponde dapprima, affermativamente. Poi, dopo una pausa, aggiunge (non troppo per scherzo..) : “… ma poi come farei a presentarla a mia nonna?”.

2. Lo stesso vale per l´anticomunismo. Altrettanto radicato in alcune zone del Paese. Intrecciato con l´identità cattolica più tradizionale. Soprattutto dove, nel Nordest e nelle province periferiche della Lombardia e del Piemonte, si è propagato il lavoro autonomo e di piccola impresa 로드 러너 다운로드. Anche perché, in quelle zone, la sinistra, i “comunisti”, fino agli anni Sessanta, erano apertamente “anticlericali”. Interpretavano un modello di socializzazione per molti versi eguale e, dunque, alternativo a quello cattolico. (Come mostrano le ricerche di Allum e Riccamboni). E perché, fino agli anni Ottanta, hanno continuato a considerare il modello dell´economia di piccola impresa, con sospetto se non con aperto disprezzo. Profetizzandone il collasso; e denunciandone, costantemente, gli aspetti deteriori e i limiti, senza coglierne le potenzialità e i benefici. (Un vizio ancora persistente, vista la malcelata soddisfazione con cui, da sinistra, molti salutano ogni segno di rallentamento economico di queste aree).

3. Ancora, la “questione anticomunista” si intreccia con altre storie politiche. Più o meno recenti. Con la “questione socialista” (italiana) Episode 7 of the Day You Accidentally Discovered. Non solo perché il Pci nasce da una scissione con il Psi, al congresso di Livorno del 1921. Ma anche perché la frattura si riproduce assai più di recente. Negli anni Ottanta, la contrapposizione fra il Pci di Berlinguer e il Psi di Craxi diventa frontale. E la “fine” del Psi, dopo il 1992, al di là delle valutazioni di merito, produce, per reazione, un anticomunismo, che penetra e si dilata nel retroterra socialista. Anche in questo caso la geografia elettorale aiuta. Se osserviamo la zona azzurra (dove, cioè, Forza Italia ha continuato a raccogliere i consensi più alti: dal 1994, fino ad oggi, nel 2006), è evidente come comprenda le province dove il Psi, nel 1992, consegue le percentuali più alte (il 16%).

4. Su queste basi, Berlusconi ha elaborato un “anticomunismo leggero”, ma vischioso. Sostituendo al fattore K il fattore AK. AntiKomunismo 콜 오브 듀티 어드밴스드 워페어 다운로드. Che raccoglie vecchi stereotipi e li miscela con orientamenti di valore (e disvalore) diffusi e persistenti. L´anticomunismo, a cui opporsi, così, identifica: l´avversione all´intervento dello Stato e al ruolo del pubblico; il tradizionalismo sociale (il richiamo alla famiglia “naturale”, la diffidenza verso lo straniero); l´ostilità per le regole in ambito economico, fiscale; e ancor più verso gli Ufficiali delle Norme: i magistrati; l´esaltazione del privato e dell´impresa; e in parallelo, l´opposizione al sindacato. Così, la categoria dell´anticomunismo si allarga. E comprende tutti gli “altri”. Da Prodi a Rutelli a De Mita a Mastella. Fino a Montezemolo (capofila dell´alleanza fra grande impresa e Stato). Comunisti per affinità.

Così, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del vecchio Pci, l´anticomunismo, invece di declinare, si è allargato. In tre indagini successive condotte negli ultimi anni (dal LaPolis dell´Università di Urbino) su campioni rappresentativi della popolazione nazionale, la quota di coloro che esprimono una reazione “molto” negativa alla parola “comunismo” sale Sharp Manager. Dal 45% (giugno 2004), al 47% (maggio 2005), fino a sfiorare il 50% (dicembre 2005). Il 5% in più in un anno e mezzo. E abbiamo motivo di credere che oggi questo orientamento sia cresciuto ancora. Nonostante l´elezione di Napolitano. Nonostante D´Alema sia destinato a ricoprire un ruolo centrale nel prossimo governo Prodi, insieme ad altri nove ministri Ds (come ha preannunciato Piero Fassino). E ad altri ancora espressi da Rifondazione e dai Comunisti Italiani. Giusto, allora, fare i conti con la storia. Celebrare la fine della “questione comunista”. Ma a noi sembra altrettanto serio il presente che incombe. L´anticomunismo. Che, sia detto senza ironia, dubitiamo possa declinare, fra gli elettori, in proporzione diretta alla presenza di ex comunisti nelle istituzioni e al governo.