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27 Ottobre 2005

Il dilemma portoghese

Autore: Francesco Giavazzi
Fonte: Corriere della Sera

Per pochi Paesi europei entrare nell’euro è stato importante quanto per il Portogallo. Prima della moneta unica Lisbona era sul crinale tra i Paesi industriali e le economie emergenti; quando i portoghesi si presentavano sui mercati finanziari internazionali talvolta venivano trattati come gli spagnoli, talvolta come i brasiliani Download the café file. Abbandonare l’escudo per l’euro ha risolto ogni dubbio, e da un giorno all’altro i portoghesi hanno avuto accesso a un credito a buon mercato e pressoché illimitato 동전줍는징징이 다운로드.

E lo hanno usato, ma non per investire e aumentare la produttività: sono cresciuti i consumi, quelli delle famiglie e soprattutto la spesa pubblica Download the c++ ftp file. Dopo qualche anno felice e un po’ irresponsabile, il Portogallo oggi si trova in una situazione molto difficile, la più difficile tra i Paesi dell’unione monetaria 사진 편집 프로그램 다운로드. La crescita dei consumi abbinata con la scarsa concorrenza soprattutto nei servizi hanno mantenuto alta l’inflazione, circa il doppio che nel resto d’Europa Remote download.

In sette anni i prezzi sono cresciuti del 25 per cento, i salari del 35 e il potere d’acquisto dei lavoratori del 10 per cento, ma la produttività non ha fatto alcun progresso spring server file. Nello stesso periodo in Germania i salari reali sono rimasti costanti, ma la produttività è cresciuta, quindi il costo del lavoro è sceso. Ma le imprese portoghesi non competono con quelle tedesche: i loro maggiori concorrenti sono la Cina nel tessile, Marocco e Tunisia nel turismo 착한티비 다운로드. Nei confronti di questi Paesi la perdita di competitività del Portogallo è stata accentuata dal rafforzamento dell’euro.

Perché il Portogallo abbia un futuro deve uscire dal tessile, sviluppare nuovi settori, investire in istruzione e ricerca 아스페라 다운로드. Ma questo non può accadere da un giorno all’altro. Anche se Lisbona facesse tutto quello che è necessario, per cambiare la struttura industriale di un Paese servono anni, forse un decennio 이모티콘 문자 다운로드. Nel frattempo il costo del lavoro deve restituire il 10 per cento che finora non è giustificato da aumenti di produttività.

Una riduzione dei salari tanto significativa può avvenire solo in due modi: aspettando che la disoccupazione salga e metta alle corde lavoratori e sindacati spingendo verso il basso i salari, oppure facendo scendere i prezzi, in modo che la riduzione delle retribuzioni nominali non comporti un taglio del potere d’acquisto dei lavoratori 크롬 url 다운로드. In Cile due anni fa uno choc alla concorrenza nei servizi abbassò l’inflazione di 4 punti: questo consentì al costo del lavoro di scendere senza alcuna perdita nel potere d’acquisto dei lavoratori.

Se ciò non accadrà, la via d’uscita sarà un lungo periodo di disoccupazione. A quel punto qualcuno in Portogallo comincerebbe a chiedersi (e qualcuno già se lo chiede) se una soluzione migliore non sia abbandonare l’euro e ridurre i salari reali mediante una svalutazione, come si faceva prima della moneta unica. Uscire dall’euro non risolverebbe alcuno dei problemi strutturali dell’economia portoghese, anzi li aggraverebbe, perché verrebbe meno l’urgenza delle riforme e riavvicinerebbe pericolosamente il Portogallo al Brasile. Ma di fronte a un lungo periodo di disoccupazione queste considerazioni potrebbero passare in secondo piano.

I guai del Portogallo sono più seri dei nostri ma se continuiamo a non fare nulla, sperando che i problemi si risolvano da sé, è solo questione di tempo.