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20 Aprile 2004

Il crinale dell’Ulivo riformista

Autore: Michele Salvati
Fonte: Corriere della Sera

Col passare del tempo appare sempre più chiaro che gli Stati Uniti, invadendo l’Iraq, non hanno raggiunto i principali obiettivi che dichiaravano ai loro cittadini e all’opinione pubblica mondiale di voler raggiungere e neppure quelli che di fatto intendevano raggiungere: «Peggio di un crimine, un errore» avrebbe detto Talleyrand. E allora? Alla luce dei propri valori e dei propri interessi, come dovrebbero regolarsi le piccole e medie potenze europee? Sul comando militare delle truppe di occupazione e sulla gestione economica del dopoguerra (per brevità: su «comando» e «contratti») gli Stati Uniti, per ora, non hanno alcuna intenzione di mollare: questo spiega la riluttanza di Kofi Annan a coprire con la bandiera dell’Onu lo status quo ; spiega la cautela delle potenze europee che contano, Francia, Germania e Russia; spiega (ma non giustifica) la decisione di Zapatero di ritirare subito le truppe spagnole. Per chi non ha condiviso la decisione unilaterale degli Stati Uniti, per chi registra la mancanza di un serio ripensamento dell’amministrazione americana sull’errore che ha commesso, la tentazione di reagire dicendo «Ve la siete cercata, affari vostri» può essere forte. Cedere alla tentazione aggiungerebbe però errore a errore, proprio dal punto di vista degli interessi dei Paesi europei. E, aggiungo, dei valori di una sinistra riformista europea.

La frittata è stata fatta e, da un brodo di coltura allargato e arricchito, il terrorismo cerca di dividere il mondo occidentale. A me sembra evidente che questo tentativo dev’essere sconfitto, che l’Europa ha un interesse altrettanto vitale degli Stati Uniti a creare in Medio Oriente un’area di stabilità e in Iraq un governo accettabile, se non proprio democratico secondo i nostri criteri.

E questo interesse non lo si raggiunge se l’Occidente si presenta disunito, se le potenze che contano non si impegnano massicciamente, sotto l’egida dell’Onu, in un’opera di stabilizzazione credibile, in un’offerta generosa verso un Paese distrutto da una guerra sbagliata. Per ora Stati Uniti ed Europa non si fidano gli uni dell’altra e sono impegnati in un gioco a somma negativa: se, con l’avallo dell’Onu, con l’appoggio dell’Unione Europea e con la mediazione della Gran Bretagna (che cosa ci sta a fare il «direttorio»?), Francia, Germania e Russia decidessero di impegnarsi sul serio, anche le posizioni più oltranziste degli Stati Uniti su comando e contratti finirebbero per allentarsi. E’ così? E quando? Soprattutto: quali possono essere i comportamenti dei Paesi europei c he possono favorire il ristabilirsi di un fronte comune? Diamo prima un’occhiata a casa nostra ed in particolare al centro-sinistra. (Il centro-destra mi sembra schiacciato sulle posizioni degli Stati Uniti, anche perché, se non lo fosse, dovrebbe riconoscere apertamente di aver avallato, per di più in una posizione ambigua e subordinata, una guerra che non doveva essere fatta). Nel centro-sinistra l’imprevista decisione di Zapatero ha suscitato un apparente avvicinamento delle posizioni dei leader riformisti a quelle di coloro che da sempre insistono per un rit iro immediato delle nostre truppe. Si va dalla dichiarazione di Fassino, il portavoce della lista unitaria, secondo cui il nostro contingente dev’essere ritirato se non si verificano in tempi rapidissimi le condizioni di una «svolta» – di un reale trasferimento all’Onu dei nostri «comando e contratti» – ad una dichiarazione di Prodi secondo cui la decisione di Zapatero imprime una forte pressione affinché tale trasferimento non sia rinviato alle calende greche. Ora, a me sembra che le condizioni in cui questa «svolta» può avvenire non siano affatto prossime: è proprio sulla base di questa convinzione (raggiunta, immagino, attraverso contatti con l’amministrazione americana) che Zapatero ha deciso. Tanto valeva, dunque, dichiarare che le nostre truppe devono essere ritirate il più presto possibile. Quanto alla dichiarazione di Prodi – che la decisione di Zapatero contribuisce ad affrettare il momento in cui la svolta avverrà – ieri su questo giornale Sergio Romano andava di diverso avviso e con buoni argomenti. E’ probabile che questo avvicinamento dei leader riformisti alle posizioni della sinistra più dura sia più apparente che reale: un portavoce di Romano Prodi dichiarava ancora, ieri pomeriggio, che il presidente della Commissione riteneva «non utile» un ritiro immediato delle truppe dall’Iraq. E’ tuttavia rivelatore dell’esistenza di un certo ondeggiamento nel centro-sinistra, e soprattutto della comprensibile inclinazione a produrre parole d’ordine semplici e appetibili a un movimento fortemente avverso al la guerra. Non è facile spiegare che il giudizio sulla guerra in Iraq e sulla decisione unilaterale degli Stati Uniti è fortemente negativo, che è necessario sollecitare la costruzione di un fronte compatto dei principali Paesi europei e negoziare duramente una «svolta» della politica statunitense, e che, tuttavia, un ritiro immediato delle nostre truppe potrebbe essere «non utile».